UN PO’ DI CAZZI MIEI (che a te che sei incauto non so se interessano)

 

Immagine

Adoro i film sui supereroi. Peccato ne abbia visti pochissimi al cinema, talmente pochi che posso contarli su una mano. E questo, perché, ogni santa volta, a nessuno fottesega di venire col sottoscritto a vederne uno, neppure per sbaglio o per trascorrere un paio d’ore a dormire in un luogo diverso dalla propria camera da letto. Nessuno ha voglia di farsi salire l’adrenalina, il Nerd Level o, come nel caso di Deadpool, farsi quattro risate, mentre Ryan Reynolds (fu Lanterna Verde. Possa Dio Padre onnipotente aver pietà di lui) cartella di botte i villain di turno, fa battute, usa un linguaggio che definire sboccato è un eufemismo e, infine, rompe la quarta dimensione interagendo con il pubblico.

Mi divertono parecchio questo genere di film e non perché siano colossal o roba impegnata, ma proprio per il contrario: sono film di puro intrattenimento, dove in quei 120 minuti (e a volte più) si spegne il cervello e lo si scollega dai problemi della vita (essere cresciuti TROPPO, l’età che avanza velocemente, aver perso per strada oltre 10 anni di vita che non torneranno mai più indietro, non aver un lavoro, vivere con una miseria al mese nonostante invalidità totale, avere una salute di merda, essere consci che, prima o poi, tuo padre non ci sarà più e tu ti ritroverai sotto un ponte a elemosinare i soldi per il pranzo, e via dicendo. Tutto molto bello, insomma); problemi eccessivi e incalzanti, problemi che si accumulano ad altri problemi.

Invece, innanzi a un film coi supereroi, dimentico tutto: tutti forti, nessuno di loro che si preoccupa d’altro se non salvare il mondo dell’ennesima minaccia, tutti fisicati (Thor, prima o poi ti supererò. Sallo), tutti coi superpoteri. Un po’ come guardare gli anime dove il buono-eroe pesta i cattivi (generalmente dopo averle prese di santa ragione) e poi, con una mega Kamehameha, spazza via tutto e salva capre, cavoli, culi e mondo intero (che poi, perché cazzo si tenevano la super arma/mossa sempre alla fine, quando avrebbero potuto utilizzarla all’inizio e chiudere il match in 2 secondi. Valli a capire, ‘sti giapponici…).

È per questo che ho cominciato a scrivere: scrivere mi fa evadere, scrivere Fantasy (che non parlino di vampiri al limite dell’effemminato, maghetti con bacchette magiche troppo buoni di cuore per non essere stronzi come la mia Cappuccetto Rosso, ad oggi il personaggio cui sono maggiormente affezionato assieme a Ryu   ) mi fa prendere aria al cervello, mi fa scordare tutto, riesce a farmi entrare in una dimensione parallela in cui NON ESISTE alcun tipo di problema. Le preoccupazioni, quelle, torneranno la notte, prima di addormentarmi: preferisco dimenticare di averne, è più semplice che deprimersi 24 ore al giorno, per poi rendersi conto che, comunque, non puoi fare nulla per cambiare le cose se non accettarle, anche se sono di merda.

Perché una vita di merda ho trascorso a crogiolarmi nel dolore e nella sofferenza, aspettando (sperando), invano, di destarmi non vivo il giorno dopo. E chi non sa cos’è il dolore, non potrà mai capire chi sta male, perché solo chi patisce può capire chi sta patendo ed è inutile girarci intorno.


RAjA1iyn4wfwxXMrZJ9Y6CGBcFxF8qyunxb6m-Bo_dM=

Se non avessi cominciato a scrivere, probabilmente sarei impazzito dal dolore e, quasi certamente, avrei potuto commettere qualche cazzata. Ho smesso di suonare le mie chitarre (l’acustica e l’elettrica), ho smesso di frequentare l’associazione scout AGESCI, ho smesso di uscire e vedere i miei amici. Ho smesso di fare tutto, perché troppo impegnato nel gironzolare tra i diversi ospedali e conoscere primari e medici vari che mi etichettavano come il malato immaginario di turno, perché, evidentemente, troppo presi dalla foga di contare i soldi che gli lasciavamo io e gli altri pazienti ad ogni visita.

Perché la verità è che a nessuno frega un cazzo se stai male, se non a poche persone (talmente poche che riesci a contarle sulle dita di una mano); non frega nulla a nessuno se soffri come un cane che merita di essere abbattuto per porre fine al suo dolore, perché in quel momento NON SERVI A NULLA e nessuno vuol vedere tra i piedi te e la tua faccia smagrita e consumata dalle lacrime, il tuo fisico indebolito e col peso di uno schiavo ebreo venuto fuori da uno dei tanti campi di sterminio nazisti, nessuno ha voglia di perdere tempo con uno che trascorre le sue giornate a farsi flebo ricostituenti, perché non può mangiare più nulla per bocca e, se provi a far notare la cosa, allora stai esagerando ed enfatizzando troppo la tua (presunta) malattia e il tuo (presunto, ovviamente) dolore.

Parenti compresi i quali, anziché stringerti vicino, preferiscono restarsene sul podio a giudicare i tuoi atteggiamenti tendenti a un’eccessiva ortoressia, un’ossessione improvvisa e inspiegata verso il cibo, scambiando tali comportamenti per anoressia e cercando di convincere te di avere un disturbo del comportamento alimentare, tale da indirizzarti verso uno dei tanti centri ABA.

E chi se ne fotte se non è vero nulla, chi se ne frega se l’ammalato può parlare ed esprimersi: i suoi giudizi non valgono un beneamato CAZZO, perché ai pazzi non si dà voce, né compatimento, ma solo giudizi dall’alto del gradino del podio.

Perché siamo tutti un po’ giudici in questo mondo, ma ci risentiamo se, a nostra volta, veniamo giudicati.


1


Ho conosciuto coi miei occhi la corruzione, ho visto davvero celare il demonio dietro gente vestita di bianco, mi sono lasciato divorare dall’odio e dal rancore, fino a farmi consumare lentamente, aggiungendo dolore al dolore.

Così, un giorno, onde evitare di impazzire davvero, davanti a un foglio elettronico di scrittura bianco, cominciai a scrivere quello che sarebbe divenuto il mio primo e vero romanzo, nonché primo capitolo di una lunga saga: Wolf’s Eyes.

Era lì che potevo evadere, era lì che dimenticavo tutto. La sera, di notte, tornava tutto indietro prepotentemente, ma il giorno dopo se ne andava.

Le forze per brandire la mia chitarra elettrica, la mia Flying V, se ne erano andate, così come la volontà di mettermi a comporre ed eseguire alcuni brani, ma potevo contare sul foglio bianco, rifugio immacolato nel quale riversare tutta l’angoscia di una vita che, pareva, non volesse andare via, ma fosse destinata ad allungarsi soltanto, di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno. Fino a 37 anni, saltando per quei momentanei e brevissimi periodi di temporanea e apparente buona salute fisica (il 2014 e parte del 2016).

Era tutto lì, ma non riuscivo a capirlo: tornare a essere bambino, restare bambino. Tornare a guardare i cartoni animati coi quali ero cresciuto (i mitici robottoni giappomandorlati, il maniaco depravato Gigi la Trottola, i combattimenti sanguinolenti de L’Uomo Tigre e Ken il Guerriero, le funamboliche avventure di Yattaman, ma anche tanti altri anime più moderni e riflessivi, come i vari Death Note, Code Geass e via dicendo) e scrivere come se stessi vivendo io stesso la mia vita in uno di quei bellissimi e avvincenti anime.

E così, proprio come Tetsuya a bordo del Grande Mazinga (pur non avendo mai capito di cosa vivessero quelli della Fortezza delle Scienze e, più in generale, i tizi all’interno di quelle enormi basi scientifiche nei quali i vari robottoni erano rinchiusi), così come Goku, ma anche così come ogni super eroe MARVEL/DC, probabilmente restare un po’ bambini dentro e preservare quel briciolo di ingenuità che ancora ci rimane, potrebbe aiutare a guarirci dai nostri problemi, almeno temporaneamente.

Ed è probabilmente anche questa la medesima ragione del perché ho dato vita a questo blog, nato come fonte di cazzeggio, raccolta di cazzate, blog cazzaro di un cazzaro che non accetta di essere giunto alla soglia degli ‘anta, perché ha bruciato oltre 13 anni della sua vita, rimanendo fermo mentre il mondo continuava a girare, velocemente e inesorabilmente. Un cazzaro che oggi tenta di fare corretta informazione, evitando il diffondersi di credenze pericolose alle quali in passato si è aggrappato, pur di riuscire a sopravvivere un giorno in più e che cerca oggi di sensibilizzare chi legge a temi come ricerca e solidarietà verso chi soffre, quasi volesse redimere sé stesso da sé stesso.

Almeno fino al prossimo episodio di depressione dopo l’ennesimo scontro con la realtà, una realtà che, probabilmente, avrebbe bisogno di un eroe.


Arrow-c-The-CW

Informazioni su Antonio Moliterni

Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Bari. Editore, Proprietario e Direttore Generale della Testata Giornalistica online The Empty Dream, consulente aziendale, scrittore. Musicista nel tempo libero, amante della musica, del metal e hard rock in particolare e dello sport- Segni particolari: Nerd. Se la sfiga fosse un post-it mi sarebbe appiccicata al fondo schiena 365 giorni l'anno.
Questa voce è stata pubblicata in ARTICOLO e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *