SQUADRISMO DI RETE: IL LATO OSCURO DEL WEB

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Questi sono quel genere di articoli che non avrei mai voluto scrivere. Il perché, beh, dipende dal fatto che vanno contro tutto ciò in cui ho creduto e lottato, perché sconfessano quella che era la mia ideologia, quella della libertà di espressione, pensiero e modus vivendi.

Io cercherò di essere breve, ma non vi prometto nulla (ecco: rileggendo tutto, sappiate che breve non lo sono stato  ). La ragion di ciò, è che sono parecchio infuriato, incazzato oserei dire. Ieri sera, mentre guardavo la partita e cenavo, provo ad accedere a Facebook dal cellulare e … zac! L’account mi risulta disattivato.

Ma perché, mi chiedo? Cioè, cosa sarà mai accaduto.

L’unica spiegazione mi arriva da questa foto:

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Esatto gente: secondo Facebook io sarei un pericolo terrorista o un sostenitore di questa gente, oppure uno che promuove la violenza su persone o animali o, peggio, promuove l’uso di sostanze stupefacenti e/o droghe vendendole.

Ovviamente mi concede la possibilità di replicare, compilando un form in cui dovrò inviare i miei documenti, specificando nome e cognome (per scoraggiare un eventuale profilo falso o, se preferite, fake).

Ho trascorso qualche minuto a scervellarmi, cercando di capire PERCHÉ Facebook mi avesse bannato. Poi ho capito, ho fatto 2+2 e il risultato non è stato 5, ma neppure 3.

Lunedì 9 aprile sono stato ospite presso una web radio, la Never Was Radio, presso il loro programma Neanderthal Pride (a questo link, il podcast con la registrazione del mio intervento); programma in cui ho parlato di alcuni temi piuttosto interessanti e attuali, nonché a me cari, quali sperimentazione animale (di cui trovate un articolo su questo stesso blog qui), ricerca e Telethon.

Inutile dire che ho difeso a spada tratta Telethon e lo rifarei altre mille volte. Inutile dire che, da ammalato raro che gode della bellezza (si fa per dire) di artrite reumatoide sistemica (una patologia rara infantile autoimmune), disganglionosi intestinale compatibile con quello che è chiamato Morbo di Hirschsprung (di origine congenita) e, per finire, di una pseudo ostruzione intestinale cronica (conosciuta con l’acronimo di CIPO, conseguenza, questo, dell’Hirschsprung), mi sono sentito chiamato in causa in prima persona e, logicamente, ho difeso Telethon, ho difeso la ricerca e ho difeso la sperimentazione animale.

Qui il referto dell’INPS con la sua diagnosi:

[clicca sull'immagine per ingrandirla]

diagnosi inps


La cui commissione mi ha riconosciuto a tutti gli effetti invalido e portatore di handicap.

Qui, invece, c’è la diagnosi rilasciata dall’ospedale di artrite reumatoide sistemica:

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Mentre venivo intervistato, sono stato molto attento a non fare qualunquismi di alcun tipo: non ritengo, infatti, che tutti i vegani siano dei sociopatici (o, se preferite, psicopatici) sofferenti di un forte disagio interiore (oltre che intellettivo), i quali riescono a piangere per la morte di un agnello mentre se ne sbattono di chi, ogni giorno, deve combattere per vivere un giorno in più in salute; non li ritengo tutti capaci di augurare la morte e ogni sorta di malattie al prossimo (persino i mali del secolo incurabili), di minacciare, diffamare e ingiuriare il prossimo o, ancora, di invocare il  karma durante catastrofi naturali solo perché le popolazioni di un determinato territorio sono ree di aver inventato la amatriciana.

Insomma, non li ritengo tutti dei fuori di testa.

Tuttavia, dopo la mia ultima esperienza, un po’ sono costretto a ricredermi in merito: non saranno tutti così, è vero, ma probabilmente la maggior parte di loro bene col cervello non deve proprio starci.

E mi dispiace affermare questo, perché se è vero che ho degli amici vegani con i quali potrei tranquillamente uscire fuori a cena, io mangiando una bistecca ai ferri e loro mangiando una bella puccia vegetariana, è altrettanto vero che tra di loro si è venuta formando man mano una sorta di “setta” che punisce severamente sia i vegani tolleranti (come i miei amici) sia, soprattutto, vegetariani (considerati degli ipocriti) che gli onnivori, apostrofati come mangiacadaveri o “malati”.

Il mio intervento in radio è stato condiviso su Facebook da più persone e pagine, compresa Vegano Stammi Lontano (nota pagina Facebook goliardica, probabilmente tra le più famose all’interno del social); VSL la quale, infatti, ha riportato sulla sua pagina il post di Neanderthal Pride il quale, tra gli altri nomi, riportava anche il mio, Antonio Moliterni, con tanto di tag al mio profilo.

Ebbene, ai vegani e agli animalisti esagitati non è servito neppure ascoltare quello che avevo da dire. A loro è bastato leggere accanto al mio nome le parole “vivisezione, ricerca” e, soprattutto, l’odiata “Telethon”, fondazione che, come tutti sapete, si occupa della ricerca scientifica sulle malattie rare.

Ebbene, il giorno dopo il mio intervento in radio, alle 21 e 30 di sera, non riesco più a connettermi a Facebook. Qualcosa non va, non capisco subito cosa, ma appare un messaggio:

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Ed è lì che esclamo: «Cosa ca**o? E quando mai avrei fatto una sola di queste cose sul mio profilo, dove la cosa più oltraggiosa che faccio è condividere le vignette satiriche di Zio Ematitos?»

Account disabilitato in attesa di verifica. E, se voglio recuperarlo, l’unica cosa da fare è inviare a Facebook i miei documenti e attendere l’eventuale sblocco del profilo (che è avvento 12 ore dopo circa).

Ebbene sì, gente: il mio profilo è stato segnalato a raffica, subito dopo la condivisione del mio intervento incriminato in cui mi schieravo a favore della sperimentazione animale, della ricerca e di Telethon. Una segnalazione che sa tanto di squadrismo, di fascismo, di censura di regime; una segnalazione che ha avuto come unico scopo quello di mettermi a tacere per sempre estromettendomi da Facebook, in modo tale che non potessi più fare in modo di divulgare certe cose.

Ed è inutile che vi specifichi CHI ha fatto la segnalazione e PERCHÉ. Se sapete fare 2+2 ed il risultato  non è 5, ci sarete arrivati da soli.

Ho già parlato di Telethon e dell’importanza della ricerca e della sperimentazione animale su questo mio blogerello (qui e qui gli articoli inerenti) e non ho intenzione di ripetermi. Volevo, invece, raccontarvi ciò che mi ha causato questa tripletta di malattie rare nel tempo.

L’artrite reumatoide diagnosticata a 3 anni vita, mi è costate 3 mesi di ricovero in ospedale con me che compivo i miei 3 anni lì, tra i bambini ammalati di leucemia (perché all’inizio era stata scambiato per leucemia), con me che ho dovuto ricevere ben 2 trasfusioni di sangue in quanto l’artrite mi stava uccidendo, con i miei genitori, credenti, che pregavano Dio che non mi lasciasse andare, con mia madre che mi comprava la pizza (io andavo matto per la pizza) e poi la buttava, perché non riuscivo a mangiare, con me che piangevo quando mi inserivano l’ago della siringa nel petto e dovevo rimanere immobile nel lettino.

E queste cose le racconto non perché mi sono state raccontate, ma perché tutto ciò ha rappresentato per me un trauma che rimarrà indelebile nella mia mente e, molte cose, le ricordo ancora.

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Li vedete quei bambini in foto? Ecco, molti di loro oggi non ci sono più. Sono morti quando ancora erano dei pulcini, perché la leucemia li ha uccisi. Oggi, grazie all’AIL e alla ricerca, di leucemia si riesce a sopravvivere nell’80% dei casi, mentre l’artrite reumatoide, che trent’anni fa non aveva cure specifiche, oggi annovera farmaci biologici che riescono ad attenuarla e a rendere più agevole la vita al bambino.

Dai 19 ai 33 anni, invece, ho sofferto come una bestia che merita di essere abbattuta e questo a causa della disganglionosi intestinale, ossia una patologia che causa all’intestino crasso (il colon, per i profani) un’innervazione dei gangli. Questa patologia è di natura congenita, al contrario dell’artrite reumatoide che è autoimmune, e mi ha reso un inferno quei 14 anni di vita, anni in cui ho girovagato tra i vari ospedali e specialisti italiani e stranieri, ognuno dei quali sfornava la sua teoria in merito imbottendomi di medicine, tra le più varie, disparate e costose e tutte che non davano alcun risultato (o peggioravano la situazione). E questo, fino a quando non ho trovato gastroenterologi che, anziché ascoltarmi, mi davano dell’anoressico e del malato immaginario.

Esatto! La diagnosi più accreditata nel mondo della gastroenterologia divenne il “fattore psicosomatico” che mi perseguitò fino all’età di 33 anni (con medici che mi prescrivevano psicofarmaci manco fossero caramelle) quando, a Parma, un chirurgo, anziché chiedermi prima di visualizzare la dichiarazione dei redditi di mio padre, decise di ascoltarmi.

Pesavo 42 chili, ero ridotto ad uno scheletro, non mangiavo più, non digerivo più nulla, trascorrevo le mie giornate pregando Dio di farmi morire, meditando il suicidio e bestemmiando a causa del dolore.

Questa era la mia giornata tipo.

Ebbene, finalmente a Parma arriva la diagnosi di megacolon congenito (Morbo di Hirschsprung) e viene stabilito che devo operarmi di colectomia totale. Sì, gente: è dal 23 dicembre del 2013 che io vivo senza più l’intero colon.

Tolto tutto, via. Un pezzo che non serviva più al mio corpo.

Nel 2015 vengo sottoposto ad altri due interventi, una fundoplicatio secondo Nissen-Rossetti per correggere un’ernia iatale allo stomaco e, nello stesso momento, ad una colecistectomia. Ma, ahimè, le cose continuano a non andare bene: stranamente, nonostante la colectomia, il mio fisico non reagisce bene e, anzi, non sono rare le volte in cui l’intestino si blocca, ho delle coliche fortissime e soffro di malassorbimento (complice anche la colecistectomia, ossia l’asportazione della colecisti).

Perdo ancora peso, non riesco a mettere su neppure un chilo; vengo trasportato in ospedale in pronto soccorso più volte, vengo ricoverato e nutrito attraverso la giugulare, perché non riesco a mangiare nulla senza soffrire come un cane.

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Qui sotto, il mio invidiabile fisico da body builder. Era novembre del 2015 e mi trovavo in ospedale:

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Lì, in ospedale, continuo a rivolgermi a Dio. Che si decida: o mi aiuti o mi faccia morire. Io non volevo più vivere in quelle condizioni, non un minuto di più. Invece, ogni mattina la storia si ripeteva, come un sinistro carosello i cui rintocchi scandivano le ore della mia giornata, tutte intrise di sofferenza, depressione e pensieri suicidi.

Mi viene diagnostica la terza malattia rara: la pseudo ostruzione intestinale cronica, con il tenue che soffre di rallentato transito intestinale e blocchi improvvisi e inspiegabili.

Mi chiedo chi abbia ucciso per meritare tutto ciò, ma poi, dopo altri due anni di cure tentate senza successo, di integratori presi in batteria (tra cui ferro e vitamine B12, B1, e D, perché non assimilo nulla) si decide di rioperarmi (sempre sotto Natale. Che culo, eh? Il secondo Natale in ospedale!) con il chirurgo di Parma che decide di confezionarmi una ileostomia.

Proprio così: dal 20 dicembre del 2017 convivo con una ileostomia, quasi certamente permanente. Una sacca attaccata all’addome dentro la quale sporge l’ileo e nella quale lo stesso defeca.

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L’ileostomia, una sacca che è stata la mia salvezza, ma anche la mia condanna. Uno sfregio al mio corpo che non ho ancora del tutto accettato, che mi fa sentire diverso dagli altri, ma che mi consente di essere VIVO!

Una combo di malattie, le mie, che mi costringono a vivere con una batteria di farmaci che devo prendere ogni giorno (tra 2 tipi differenti di procinetici, integratori di pancrelipasi, integratori di ferro e vitaminici, farmaci antidispeptici e antimeteoritici, anticolinergici e via dicendo.

Questa è la mia vita, prendere o lasciare. Accettarla o lasciarsi morire.

Ebbene, io ho scelto di accettarla e di conviverci, nonostante mi abbia portato via ben 18 anni che nessuno più mi restituirà, nonostante mi abbia regalato il 100% di invalidità, nonostante mi abbia fatto abbandonare gli scout, i miei amici per molti anni, nonostante non mi abbia permesso di avere una vita sentimentale, nonostante non sia riuscito a vedere neppure un concerto dei Metallica o degli Iron Maiden neanche quando erano un po’ più vicini alla Puglia, nonostante, durante i periodi in cui si brancolava nel buio, mi abbia fatto apparire agli occhi di tutti, genitori, fratelli e resto dei parenti, come un visionario anoressico e spostato mentale, nonostante le innumerevoli sofferenze fisiche e psicologiche.

Nonostante…

Ma è stato sempre in questi anni che il supporto morale non mi è mancato, mi sono scoperto scrittore e blogger (sarei impazzito dal dolore se non avessi avuto questa valvola di sfogo. Qui, se vi interessa, i miei libri) ed è partita una gara alla solidarietà tra la Caritas e i miei amici i quali non hanno mancato di aiutarmi economicamente, affinché potessi curarmi.

Una vita che di certo non ho scelto.

Una vita che ho accettato, perché meglio uno schifo di vita che una NON vita.

E tutto ciò lo devo alla ricerca, alla sperimentazione animale, a Telethon, ai medici, a Dio (per chi ci crede. E io voglio crederci), ai miei genitori, alle lacrime che ho versato.

Non importa come, non importa in che stato io sia. Importa solo che io, oggi, sia VIVO e in grado di urlare fieramente al mondo la mia disabilità dicendo «Io sto con Telethon! Io sto con la ricerca!»

 

E questo è quanto.

Io non mi arrendo, io continuerò a lottare, a cercare di vivere e convivere con questo mio male, a cercare di portare come testimonianza al resto del mondo la mia storia che alcune persone hanno pensato di CENSURARE in modo vergognoso, in un modo che solo nei peggior regimi dittatoriali della storia si sono avuti; una censura orchestrata all’interno di un social dove se fai la foto con un salame vieni bannato, ma se auguri la morte a un bambino:

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Se invochi il karma dopo un terremoto, se auguri il cancro al prossimo, se minacci, insulti e diffami, al contrario, rispetti gli standard della comunità.

Non ho più voglia di proseguire. Mi fermo qui, questa storia mi mette solo agitazione, rabbia, indignazione e vomito. Spero solo che un giorno la gente tutta capisca, che sovvenzioni la ricerca (Telethon, AIRC, AIL, tutte e tre o chi vi pare. E non credete alle cazzate sulla vivisezione, illegale in tutti i paesi dell’Unione Europea da almeno 30 anni, e alle storie che chi fa ricerca è un sadico torturatore di animali indifesi. Perché, appunto, SONO CAZZATE, il più delle volte dette e ripetute in malafede!), che la si pianti con questa guerra demenziale e che certa gente che lascerebbe morire la madre anziché curarla con farmaci sperimentati su animali, ma che poi, molto coerentemente, alla prima occasione corre in ospedale per farsi curare, la pianti di comportarsi da FASCISTI e impari il significato di tolleranza, libertà e democrazia.

Perché, se è vero che la stupidità umana è infinita, se è vero che la madre degli idioti è sempre incinta, è altrettanto vero che «… nonostante tutto, continuo a credere nell’intima bontà delluomo.» (cit.)

 

Un abbraccio a tutti. E ricordatevi che la vita è una e, nel bene e/o nel male, vale la pena di essere vissuta.

Antonio

About Antonio Moliterni

Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Bari. Editore, Proprietario e Direttore Generale della Testata Giornalistica online The Empty Dream, consulente aziendale, scrittore. Musicista nel tempo libero, amante della musica, del metal e hard rock in particolare e dello sport- Segni particolari: Nerd. Se la sfiga fosse un post-it mi sarebbe appiccicata al fondo schiena 356 giorni l'anno.
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