SCHOOL’S OUT: Quando A Comandare È Lo Studente

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Ricordo ancora i miei giorni trascorsi a scuola e, a dirla tutta, li ricordo che è un piacere. Scuola prima, università dopo hanno saputo forgiarmi e farmi diventare la persona che sono adesso (difetti compresi, anzi, soprattutto quelli xD).

Ho avuto degli insegnanti davvero splendidi, tra i quali ricordo con piacere il prof. Pietro Elia, mio insegnante di Lettere, Storia e Geografia alle medie e la prof.ssa Grazia Raguso, anche lei insegnante di Lettere e Storia. Non che gli altri siano stati da meno, ma loro sono stati per me un secondo padre e una seconda madre almeno dal punto di vista educativo.

Anche l’università l’ho vissuta piuttosto bene. Fatto salvo, infatti, i primi tre anni di adattamento (in cui non riuscivo davvero a relazionarmi con i docenti), i successivi sono stati tutti in discesa. Grazie al mio docente di Statistica, il prof. Saverio Troiani, ho imparato che l’università non è, poi, quella giungla malefica e selvaggia che molti studenti dipingono, quel luogo infernale nel quale ti attendono le peggiori torture psicologiche. Ho allacciato rapporti bellissimi con i miei insegnanti: oltre al già citato mitico Troiani, ho avuto docenti che gli altri si sognano soltanto, come il prof. Pancrazio Amato di Matematica Finanziaria, la prof.ssa Amelia De Lucia di Antropologia, il prof. Ernesto Longobardi di Scienza della Finanze e, per finire, il prof. Giuseppe Patruno di Economia e Politica Agraria.

Non voglio spararvi la filippica in cui vi dico quanto fossi giudizioso a scuola, perché non lo ero o, comunque, non del tutto: sì, ero un bravo studente, probabilmente uno dei migliori e sì, ero anche piuttosto educato, ma anch’io ho fatto qualche cazzata (come lo scherzo diabolico del peperoncino nel cioccolatino o, ancora, la trovata diversamente geniale di rompere la fiala puzzolente in classe che poi fu evacuata), ma MAI ho mancato di rispetto nei confronti dei miei insegnanti.

Anche i più scalmanati, quelli che rispondevano male ai professori, nel momento in cui il docente si imponeva rimanevano muti e, seppur amaramente, ingoiavano il rospo.

Per capirci, MAI ci saremmo sognati di fare una cosa del genere:


Ci si interroga su quali possano essere le cause di questo comportamento, di questo bullismo perpetrato nei confronti dei docenti (se vi interessa approfondire, qui e qui altri articoli che riportano testimonianze agghiaccianti).

Certo, ai nostri occhi fa strano osservare certe cose: quando andavo a scuola c’erano gli scalmanati, ci son sempre stati, ma avevano timore del docente, anche quando tentavano di sopraffarlo e alzare la voce. Ricordo ancora quando alcuni miei amici, per fare i fighi, imbrattarono le pareti della scuola scrivendo le solite fesserie che i ragazzi scrivono su di esse. Colti in flagrante, anziché essere sgridati e ammoniti (cosa di cui, attualmente, i giovani se ne sbattono altamente), furono costretti a stuccare e ridipingere le mura imbrattate.

Allo stesso modo un mio amico quando, dopo aver spezzato la targhetta appesa fuori dalla mia classe, la 5^ F, fu costretto dal preside a rimborsare la stessa alla modica somma di 40.000 Lire (tutto fatturato), all’epoca somma di denaro mostruosa se chiesta a un neo diciottenne.

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Un tempo la scuola funzionava e, quando funzionava male, ci pensavano i genitori a casa a raddrizzare il pargolo maleducato (o ineducato, che dir si voglia).

Non voglio passare per tuttologo, non mi permetterei mai. Ma quando l’ennesimo psicologo invitato in trasmissione a discutere di questo fenomeno che prende sempre più piede, il bullismo a scuola, se ne esce con battute come «I ragazzi hanno bisogno di nuovi stimoli, come la musica, il teatro…», capisci che il sistema ha fallito. E non perché i ragazzi hanno bisogno di più stimoli, ma perché questi stimoli maggiori non possono essere la soluzione ad atti di vandalismo come quelli mostrati nel video!

Si è passati da un estremo all’altro: un tempo, quando l’alunno non faceva i compiti, il maestro (sì, sin dalle scuole elementari) lo bacchettava sulle mani, facendolo piangere e umiliandolo davanti al resto della classe. Non parliamo, poi, di quando si permetteva di rispondere male (cosa che rarissimamente accadeva).

Ma poi l’educazione partiva da casa: rispetto per i genitori, per la madre e soprattutto per il padre (parliamo del tipo di famiglia patriarcale, in cui il padre era padre e padrone); rispetto che veniva perpetuato anche a scuola, innanzi al docente. Rispetto che, qualora mancava, erano mazzate prima a scuola e poi a casa.

Ricordo ancora, quando andavo a scuola, le parole di alcuni genitori «Quanne le vôle, dalle!» che, tradotto in un linguaggio comprensibile ai più, suona più o meno così: «Se vuol mazzate, dagliele!». E non erano rare le volte in cui il genitore, chiamato a scuola a colloquio per una marachella del figlio, portato a conoscenza dei fatti, schiaffeggiava il figlio.

Lo so: tutto ciò è sbagliato. Esiste fior di letteratura in psicologia che condanna aspramente questo metodo (dis)educativo, con me per primo il quale non riuscirebbe ad alzare le mani su un bambino, neppure qualora fosse obbligato a farlo.

Allora? Che si fa?

Innanzitutto la si pianta di incolpare la società e i modelli di vita, vuoi perché questa moda di incolpare gli altri ha rotto, vuoi soprattutto perché la società, prima che dagli altri, è formata da noi.

Molti sostengono che il bullismo è un fenomeno che nasce da una situazione difficile famigliare, in cui il bullo è il primo a subire violenze a casa. Vero, ma anche no: quanti sono quei bulli che vivono con le chiappe adagiate sugli allori di casa? Quanti di loro appartengono a famiglie per bene ed economicamente benestanti? Quanti, ancora, sono quelli che hanno tutto, perché a loro tutto è dovuto e senza neppure che aprano bocca per chiederlo?

Tanti, troppi. Forse la maggioranza.

Abbiamo ragazzi, oggi, che possiedono ogni cosa e, quando vogliono qualcosa, la esigono. Non sono abituati a sentirsi rispondere NO, con tono di voce secco e autoritario. Non c’è dialogo neppure in quel senso, anche perché un “perché sì/perché no” non è una risposta (o non lo è sempre o, comunque, nella maggior parte dei casi).

Smartphone nuovo? Ok.

Computer portatile nuovo? Ok, sicuro.

Motorino perché ho compiuto 14 anni? Certo che sì e il più bello, perché non devi sfigurare di fronte ai tuoi amici sfigati che non ce l’hanno.

Genitori incapaci di educare, genitori che di fronte alle richieste del figlio, anziché dire di NO e spiegare perché, preferiscono chinare il capo, mettersi a 90 e ubbidire. E subito, mica possiamo far aspettare il pargolo!

Io sono uno che crede nel potere rieducativo dello scappellotto una tantum, quello dato a malincuore ma con “affetto”, quello che non fa male, ma che ti fa capire chi comanda nonostante abbia provato a spiegartelo più e più volte. Scappellotto che non deve essere inteso con cinghiata, sia chiaro: quella è sempre sbagliata, incattivisce e basta.

Quand’ero ragazzino, quando compii 14 anni, chiesi la moto a mio padre. Come regalo ricevetti capocchie. Avevamo appena cambiato casa, eravamo pieni di debiti e il bilancio di famiglia tendeva a meno infinito. Fortunatamente il lavoro di mio padre andava bene, l’euro non era ancora stato inventato e la crisi non c’era. Tuttavia, una moto costa non solo al momento dell’acquisto, ma soprattutto a mantenerla (tra assicurazione e bollo annuale occorrono un bel po’ di quattrini). Spiegare questi concetti a un ragazzino di 14 anni non sempre è semplice: a volte trovi il muro e non per cattiveria, ma solo perché, quando esce con i suoi amici, si accorge che TUTTI, prima o poi, ricevono come regalo il loro bello scooter, mentre lui è costretto ad andare a piedi. Non ha la cognizione del sacrificio, soprattutto se non lavora e non comprende quanto sia difficile guadagnare dei soldi sudando. In una parola: non è colpa sua, ma dell’età.

Ancora, da bambino ricordo che, durante una delle mie tante trasferte in ospedale per tenere sotto controllo la mia fantastica artrite reumatoide sistemica, dopo essere stato usato come cavia dai medici che mi infilavano aghi ovunque, come premio mia madre mi portava al centro commerciale, l’UPIM (dove la cosa più ganza per me, figlio degli anni ’80, erano le scale mobili!), per comprarmi qualcosa. Ricordo che la cosa che più desideravo all’epoca era il robot giocattolo di Voltron, formato dai cinque leoni robot componibili (di cui ero fan sfegatato). Anche in quel caso, ricevetti le mie belle capocchie: il robottone costava (non so quanto, sorry. Troppo piccolo per capire cosa fossero i soldi e capirne il valore), il portafoglio si lamentava e mia madre ripregava sovente su qualcosa di più economico. Ovvio che è impossibile riuscire a spiegare a un bambino di massimo 5 -6 anni le ragioni di quel rifiuto: di fronte ai capricci, in quei casi, occorre il NO secco e autoritario che spegne ogni speranza (e, comunque, io il Voltron gigante lo voglio ancora e, qualora dovessi trovarlo e avessi soldi da buttare, lo comprerei. Sapevatelo).

Non tutti si è abbastanza maturi a 14 anni per capire determinate cose (in fin dei conti si è ancora bambini). Ecco, quella volta, la volta in cui pretesi il motorino, fu la volta che mio padre tentò di raggirare l’ostacolo con spiegazioni che non mi convinsero appieno, salvo poi dirottare su un secco e autoritario NO, proferito con tono di voce che mi provocò quello che i latini chiamavano come “tremorum cagottum in mutande”. Il capo aveva parlato, il suddito ubbidisce.

E così era anche a scuola. Guai a tornare a casa con una nota, peggio essere chiamati a scuola dal professore, perché non si aveva studiato o, addio patria, nel caso si avesse risposto male all’insegnante. In quei casi bastava solo guardare negli occhi il genitore, affinché il “tremorum cagottum in mutande” si palesasse nella sua forma più terrificante e faustiana.

Quali sono, invece, le soluzioni moderne?

Psicologo e psicoterapia. Tante belle sedute dallo psicologo che cerca di psicoanalizzare il ragazzo, per poi spillare assegni periodici ai genitori i quali sono troppo impegnati per capire cos’abbia il figlio.

Con questo non voglio dire che lo psicologo è inutile o è inutile il suo lavoro: è al ragazzo che non frega un tubo dello psicologo! E questo, perché quando tornerà a casa sarà sempre lui il maschio alpha della situazione e i genitori i suoi sudditi.

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Sedute dagli psicologi, abbracci comunicativi, spiegazioni filosofiche freudiane, assegni da 1000 euro al professionista dietro rilascio di parcella detraibile dalla dichiarazione, smartphone nuovo al ragazzo che ha imparato dai suoi errori e giura che non lo farà mai più. Ma, soprattutto, ha capito che i genitori sono due persone senza palle e che chi comanda a casa è lui.

La verità è che quando il tremorum cagottum in mutande viene meno, viene meno il rispetto e l’educazione.

Magari mi sbaglio, per carità, non sono uno psicologo e mi mancano le basi per capire cosa passa nella mente di un bulletto da strapazzo, ma personalmente la vedo così.

Inoltre, proprio stamattina si parlava di punizioni esemplari che la scuola avrebbe preso nei confronti di questi bulli: la sospensione, per il più truce di loro, fino a 15 giorni con la presa in considerazione della bocciatura.

Ora, a parte che un docente già se non può soffrire uno di questi mocciosi ineducati un anno, non vedo perché debba essere costretto a sorbirselo un altro anno, ma la sospensione? Siete seri? Cioè, questi non chiedono altro che non studiare e non andare a scuola e voi li premiate con una vacanza a casa durante la quale, magari, trascorreranno le giornate davanti all’ultimo modello della loro Playstation la mattina e in palestra il pomeriggio?

Sul serio?

Personalmente, anche qui avrei una soluzione, forse drastica, ma decisamente curativa.

Quando ero ragazzino, in estate prima e, successivamente dopo, mi recavo presso il negozio di mio padre a dare una mano. Come me, facevano i miei amici (chi in trattoria, chi in macelleria, chi nel negozio di indumenti e via dicendo). Chi, invece, aveva il padre impiegato o dipendente, beh, andava a lavorare in estate (pittore, falegname o cameriere, dai quali ogni centesimo guadagnato era un centesimo sudato).

Il lavoro sarebbe una soluzione efficace, possibilmente non retribuito. Si parla tanto di alternanza scuola-lavoro, allora diamo loro questa alternanza. Mandiamoli per un mesetto, ogni pomeriggio, a fare lavori nobilissimi ma che richiedano uno sforzo fisico leggermente superiore alla media, quali muratore, carpentiere, bracciante agricolo o a spaccare i tufi nelle cave. Un solo mese non stipendiato, con obbligo di frequenza la mattina per non perdere le lezioni e rimanere più indietro di quanto già non lo siano.

Vi lascio immaginare quale sarebbe la reazione del giovanotto intraprendente per forza di cose. Quanto ci scommettete che, molto prima della scadenza dei 30 giorni, il bamboccio non ritorni in ginocchio davanti al suo professore chiedendo perdono e pietà, ma soprattutto di ritornare a scuola e il prima possibile? Quanto ci scommettete che il giovanotto, prima strafottente e sbruffone, implori il docente di parlare coi genitori e di essere meno inflessibile, urlando e piangendo a gran voce che non ripeterà mai più la cazzata fatta prima, né nessun’altra finché avrà vita?

Non so voi, ma io vedo aperti buoni spiragli di riuscita.

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Ricordate che quando la malattia avanza fino a piegare il corpo e a renderlo schiavo di sé, è inutile continuare a provare di guarire utilizzando i rimedi della nonna (malva, camomilla e un buon decotto caldo): è l’antibiotico, quello potente, la soluzione. Il resto sono chiacchiere.

Perché il placebo aiuta quando il problema è agli inizi, ma se questo mette radici e diventa cancro, allora occorre l’amputazione. E a chi continua a tirare in ballo soluzione alternative, ricordo che il docente durante lo svolgimento del suo ruolo di insegnante, è un pubblico ufficiale e che l’oltraggio a pubblico ufficiale, fino a prova contraria, è ancora reato penalmente sanzionabile (art. 341-bis c.p.).

E voi? Fatemi sapere cosa ne pensate, se siete d’accordo o se non lo siete (o, ancora, se lo siete parzialmente). Scrivete nei commenti qui al blog, o in pagina su Facebook, cosa fareste voi, come correggereste il busto di un albero che sta pendendo peggio della torre di Pisa, quali soluzioni adottereste per salvare ed educare i giovanotti bulletti da strapazzo, forti coi deboli e deboli coi forti.

Un saluto a tutti (ma soprattutto a tutte!!!),

il Tizio a cui piacerebbe, un dì, ricoprire il ruolo di insegnante, ma che è scoraggiato periodicamente dalle notizie le quali mostrano gli insegnanti come i nuovi zerbini degli alunni.

Informazioni su Antonio Moliterni

Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Bari. Editore, Proprietario e Direttore Generale della Testata Giornalistica online The Empty Dream, consulente aziendale, scrittore. Musicista nel tempo libero, amante della musica, del metal e hard rock in particolare e dello sport- Segni particolari: Nerd. Se la sfiga fosse un post-it mi sarebbe appiccicata al fondo schiena 365 giorni l'anno.
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