RUNNING DEATH – DRESSAGE (Recensione)

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Cover


Promo arrivatomi un po’ di tempo fa, ma vuoi per un accidenti vuoi per un altro, alla fine ho rimandato la recensione che mi accingo a scrivere adesso.

Band teutonica, i Running Death sono licenziati dall’etichetta tricolore nostrana Punishment 18 Records (c’è di che esserne orgogliosi, eh!) e, con questo Dressage, sono al loro secondo lavoro in studio.

Non avendo ascoltato il disco precedente, Overdrive, mi esimio dal fare paragoni e mi concentrerò su questo secondo pargolo da studio il quale mi ha sorpreso positivamente, pur non essendo un disco perfetto e esime da difetti (poca roba, ma ci sono).

Già la cover dell’album lascia poco spazio alla fantasia: la band vuole presentarsi come una thrash metal band e il suo sound è tipico di quello della Bay-Area old school, con tante influenze e omaggi che, all’epoca, spadroneggiavano nel settore.

La voce del singer (qui anche chitarrista), Simon Bihlmayer, mi ricorda in qualche modo la buon’anima immortale di Lemmy (e non è un caso che, in più di un passaggio, avverto alcune influenze Motorheadiane); voce, per altro, non azzeccatissima e sulla quale ci sarebbe un po’ da dire, poiché non la trovo proprio calzante per un genere come il thrash, ma, se non altro, bene si sposa con le melodie che i ragazzi riescono a costruire nella stesura delle loro song.

In effetti, il punto di forza di questa band, è il riuscire a confezionare brani strutturati prevalentemente sulla melodia. E basta ascoltare l’apripista Courageous Mind per farsi un’idea:

Ottimo brano, magistralmente suonato e interpretato vocalmente, con una sezione ritmica martellante e chirurgica. Un brano il cui refrain entra in testa sin dal primo ascolto e le cui melodie si stampano indelebilmente nelle menti degli ascoltatori.

Semplicemente bellissimi sono i guitar solos ad opera di Daniel Baar il quale sforna note sulle corde con una maestria unica.

Le tracce seguenti non fanno altro che confermare l’ottimo stato di salute e di grazia in cui riversa la band: si va dalle atmosfere più lenite e claustrofobiche della title track (che fa coppia con la cupa Heroes Of The Hour), al thrash n’ roll di Duty Of The Beast (stupendi gli assoli!), fino al capolavoro Numbers, dove tecnica e controcazzi esplodono in un vortice sonoro dal quale difficilmente non si potrà rimanere coinvolti.

Più marziale è la successiva Beneath The Suface, mentre melodica all’inverosimile è Safety Second, tracce, queste ultime, intervallate dalla bella strumentale Anthem Of Madness.

Chiude in bellezza la frizzante Refuse To Kill che conferma il perfetto stato di salute della band, la quale non ha risparmiato colpi lungo le 10 tracce che cesellano questo gran bel disco di thrash metal che, in questo 2017, pare avere ancora parecchie carte da giocare, nonostante l’apparente chiusura del genere stesso.

In conclusione, siamo di fronte a un disco onesto e ben strutturato, condito da elementi che difficilmente dispiaceranno agli amanti del thrash metal melodico vecchio stampo; disco nel quale l’unica cosa che mi sento di sindacare è la voce sporca e rauca del singer che, come già rimarcato sopra, tenta di fare il verso al compianto Lemmy. Avrei preferito qualcosa di più incazzato, più grintoso e ruggente, ma va beh, non si può avere tutto.


VOTO: 70/100

RATING RECENSIONI MUSICALI


TRACKLIST

  1. Courageous Minds
  2. Dressage
  3. Delusive Silence
  4. Heroes Of The Hour
  5. Duty of Beauty
  6. Numbers
  7. Beneath the Surface
  8. Anthem of Madness (instrumental)
  9. Safety Second
  10. Refuse to Kill

 

LINE-UP

Simon Bihlmayer – Vocals, Guitars

Daniel Baar – Guitars

Andrej Ramich – Bass

Jakob Weikmann – Drums

 

RUNNING DEATH – Facebook

About Antonio Moliterni

Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Bari. Editore, Proprietario e Direttore Generale della Testata Giornalistica online The Empty Dream, consulente aziendale, scrittore. Musicista nel tempo libero, amante della musica, del metal e hard rock in particolare e dello sport- Segni particolari: Nerd. Se la sfiga fosse un post-it mi sarebbe appiccicata al fondo schiena 356 giorni l'anno.
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