QUEL BRAVO RAGAZZO – RECENSIONE

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locandina


E niente, ennesimo esperimento fallito.

Potrei concludere qui questa recensione, perché, in realtà, c’è davvero poco da dire su questo film.

Ennesimo film italiano, ennesima commedia, ennesima parodia della mafia (impossibile non fare analogie con il personaggio di Roberto Benigni in Johnny Stecchino).

Herbert Balelrina, personaggio interpretato da Luigi Luciano, interpreta in questo film il personaggio di Leone, un giovane che, nelle intenzioni della regia, doveva apparire un ragazzo ingenuo, alla buona, goffo e impacciato.

Purtroppo, quello che viene fuori alla fine, è solo il ritratto di un totale rincoglionito, un ebete con forti problemi mentali, un completo ritardato del cazzo e basta che si ritrova, dalla sera alla mattina, boss di una famiglia mafiosa.

In realtà, sulla carta, la cosa avrebbe potuto pure funzionare, perché, se ci pensate bene, l’idea di mettere a guida di una famiglia mafiosa un giovane ragazzo impacciato e inesperto, non è poi così male (anche se piuttosto riciclata). E l’idea potenziale, qualora sfruttata, sarebbe potuta anche riuscire bene, se non fosse che, tutto il film, è un completo susseguirsi di gag idiote che non fanno ridere, anche se, nelle intenzioni, c’era quella di strappare un sorriso agli spettatori.

D’accordissimo sul fatto che il cinema sia anche una forma di intrattenimento (nasce soprattutto per quello), che non si debba sempre puntare su pellicole coi personaggi ad alto spessore psicologico, con trame e sottotrame e via dicendo. Ci sta. Alla fine, è bello andare al cinema e trascorrere 80-90 minuti sorridendo.

Ma il problema è che tutto ciò che accade in questo film NON FA RIDERE!

La sceneggiatura fa pena (e, ripeto, aveva del potenziale), i dialoghi fanno cagare, gli attori recitano come dei cani! Davvero: mi è salito l’omicidio nel vedere quel film, al punto tale da rivalutare una robaccia come 50 Sfumature di Piscio!

Dovete solo pensare che le scene migliori sono quelle che sono state trasmesse nel trailer. E niente, sono solo quelle e basta!

Ad esempio, la gag della contrattazione del prezzo: Leone si fa abbindolare da un nero alle bancarelle, ma la bambina che è con lui (una bambina di 10 anni, più o meno) gli insegna a contrattare e a tirare sul prezzo, riuscendo a fargli risparmiare ben 48 euro, pagando un braccialetto 2 euro anziché 50.

Ora, a parte che solo un coglione acquisterebbe un braccialetto di plastica a 50 euro su una bancarella, ma poi, che cazzo, davvero questo non è in grado di contrattare? Un uomo adulto di 35 anni?

La stessa gag, lui la ripete con i mafiosi colombiani tirando sul prezzo della droga: da 50 milioni, lui risponde «2 euro!»

Dovrebbe far ridere? DOVREBBE SERIAMENTE FARMI RIDERE???

No, non mi fa ridere. Mi mostra un uomo totalmente ritardato, preda di spaventosi deficit cognitivi, tale da non capire che NON PUOI tirare sul prezzo in quel modo, porca puttana!

E, ancora, la stessa gag si ripete con l’acquisto della casa, quando, da un milione e duecentomila euro, il nostro imbecille rilancia con 3 euro.

Questo dovrebbe farmi ridere?

NO, CAZZO, NO!

Ancora, quando la gente del paese va a pagare il pizzo, il commerciante di auto dice che non ce la fa e non ha le 20mila euro a disposizione. E lui, da demente, risponde: «E non ce le dare più! Anzi: te le diamo noi!»

Ma la cosa peggiore si ha quando il secondo commerciante chiede di alzare la partecipazione negli affari, perché il 30% non gli basta più. E lui dice: «E facciamo 40.»

Poi, da perfetto coglione, inizia a farneticare, dicendo: «Allora, 70 e 40!» e poi, dopo che il tizio gli fa notare che i conti non tornano: «70 e 80… 70 e 112….» e così via.

Tutto questo, nelle intenzioni del regista e degli sceneggiatori, doveva essere divertente.

Non è divertente neanche per il cazzo. CHIARO? NEANCHE PER IL CAZZO!

Ancora, questo dialogo:


«Che bello, siamo uguali! Tutti e due credenti, tutti e due orfani e tutti e due chierichetti! Cioè, tu no… E come ti chiami?»

«Sonia.»

«Ah… Io no.»


O, peggio, quando, davanti a tutti i mafiosi, con la complicità e l’aiuto di un bambino, Leone propone il nuovo modo per riscuotere il pizzo: l’iPizzo.

Sostanzialmente, si tratta di una app (con tanto di supporto) che permette ai commercianti di pagare direttamente il pizzo, senza la mediazione dei picciotti del boss. E tutti applaudono!

Applaudono, porca puttana! Applaudono!

Trovano geniale quella idea!

Ma come si fa, in quale mondo parallelo un’idea del genere può essere appoggiata! Quale boss mafioso, quale malavitoso vorrebbe che si tracciassero i pagamenti! Ma DOVE?!?!!?

E, ancora, la scena dell’addestramento, di lui con le armi, palesemente ispirata a Scuola di Ladri (con Massimo Boldi, Paolo Villaggio e Lino Banfi) che strappa una mezza risata, ma nulla più.

I comprimari funzionano. Stranamente funzionano.

I mafiosi, i picciotti, l’avvocato della mafia e tutto ciò che ruota attorno a Herbert Ballerina funzionano. Recitano bene, interpretano perfettamente il ruolo dei mafioso, compresa la trovata di inserire i due sgherri-body guard di Leone, di cui uno vegetariano e l’altro un mangiatore seriale di carne, con il primo che rompe i coglioni al secondo, tirando in ballo tutti gli stereotipi dei vegani che fanno la morale ai non vegani sul come è ingiusto mangiare carne, sui sensi d colpa, sul fatto che la carne fa male e di come siano più sane le bacche di goji, ecc.

Ci stava, cavolo. Ci stava eccome.

Ma lascia il tempo che trova: una risata, un momento effimero e stop. Poi si sprofonda nella desolazione totale, nella gara dello stereotipo e del cliché trito e ritrito, nella delusione e nel disagio.

E non stiamo parlando di cinepanettoni: quella è merda e basta. Questo film, ripeto, poteva avere delle potenzialità se maneggiato per bene, senza volgarità (che tanto tirano nei cinepanettoni) e con un ritmo comico non sempre continuo, che alterna momenti appena appena esilaranti a episodi totalmente non sense, con l’attore principale incapace di sostenere il ritmo di 80 minuti di pellicola che, a quanto pare, dovrebbe limitare a fare la spalla e basta, senza osare qualcosa di più.

Questo è quanto.

Come commedia è piuttosto piatta e, ripeto, le trovate comiche NON FANNO RIDERE, neppure sforzandosi. L’intera pellicola è disagiante, l’attore principale è un coglionazzo che, alla lunga, stanca e lo odi al punto tale da volerlo prendere a pugni.

Fortunatamente, anche se questo genere di film mi fanno perdere le speranze per ciò che concerne il cinema italiano, ci sono pellicole che, nel 2016, hanno meritato davvero tanto, come Lo Chiamavano Jeeg Robot e, soprattutto, Veloce Come il Vento, quest’ultimo definito come il Fast & Furious all’italiana, quando ha davvero poco di FF, essendogli addirittura superiore, per trama e personaggi.

E questo è quanto.

Prima di congedarvi con il classico saluto, vi metto il voto che è un bel


4 e ½


E vi lascio il trailer del film:

 


Un abbraccio a tutti (ma soprattutto a tutte!!!),

il Tizio che recensisce film italiani dal dubbio spessore artistico.

About Antonio Moliterni

Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Bari. Editore, Proprietario e Direttore Generale della Testata Giornalistica online The Empty Dream, consulente aziendale, scrittore. Musicista nel tempo libero, amante della musica, del metal e hard rock in particolare e dello sport- Segni particolari: Nerd. Se la sfiga fosse un post-it mi sarebbe appiccicata al fondo schiena 356 giorni l'anno.
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