Poveri Ma Ricchissimi – Il DISAGIO!

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All’interno del desolante panorama cinematografico italiano, ogni tanto spunta qualcosa che mi fa ricredere.

Mi fa ricredere di quanto noi italiani siamo, effettivamente, messi male con la macchina da presa, con idee imbarazzanti che sfiorano il ridicolo (le varie commenti alla Vanzina, tanto per citarne alcune a caso) e con attori che farebbero meglio nel darsi all’ippica.

Effettivamente oggi non vengono più scelti attori tra gente diplomata nelle accademie, persone che si fanno letteralmente il culo studiando per diventare ciò che sognano da una vita; ragazzi e ragazze che, dopo aver sudato e penato, dopo essersi diplomati, vedono soffiarsi il posto sul set da presentatrici con tette e culo grossi, da showgirl incapaci di esprimere anche il minimo concetto che richieda la collaborazione di due neuroni o, peggio, da Youtubers i quali, oltre a essere incapaci di intrattenere, sono totalmente incapaci di recitare e di stare davanti alla macchina da presa.

È il caso, l’ultimo, di giovanotti che si son trovati a recitare in film come Classe Z, Game Therapy o l’ultimo Il Vegetale. Il loro talento? Avere milioni di followers.

Esatto: oggi non è sufficiente essere bravi, anzi quest’ultima qualità è totalmente irrilevante. Basta avere followers, tanti followers sul Tubo per ritrovarsi nella giuria di Sanremo o davanti alla macchina da presa.

Che poi si sia dei cani nel recitare, dettagli.

Ma vabbè, sto divagando. Anche perché, se è vero che noi italiani facciamo pena da questo punto di vista, è altrettanto vero che, seppur raramente, riusciamo a sfornare piccoli capolavori cinematografici come Lo Chiamavano Jeeg Robot (che a me, in realtà, no nha fatto impazzire o gridare al capolavoro, ma la critica no né d’accordo col sottoscritto. M’è piaciuto, l’ho trovato sicuramente originale e superiore rispetto agli standard nostrani e sicuramente è stato fatto dietro un lavoro coi controfiocchi, ma non gli avrei dato il votaccio, tanto per essere chiari), l’ottimo e bellissimo Veloce Come Il Vento (nonostante il finale alla Fast & Furious, ma vabbè) che mi ha gasato tantissimo o la micidiale tripletta di Sydney Sibilia, Smetto Quando Voglio, Smetto Quando Voglio – Masterclass e Smetto Quando Voglio – Ad Honorem (e qui mi inchino e basta).

Ho visto altre commedie carine, che mi son piaciute parecchio (Moglie e Marito con Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak), il bellissimo Se Dio Vuole di Edoardo Falcone (con Alessandro Gassman) o il più leggero Mamma e Papà?, con la coppia Antonio Albanese – Paola Cortellesi.

Poi, a ciel sereno, appare Poveri Ma Ricchi di Fausto Brizzi (film che ho scoperto essere un remake di una commedia francese). E forse, è per questo che pellicola e sceneggiatura funzionavano: non era farina del suo sacco o, meglio, non lo era tutta.

Un’idea non originale, un copia e incolla adattato al bel paese, con un pugno di attori quali l’ormai stanco e inutile Christian De Sica che fa coppia con Luciana Oncone, marito e moglie (i Tucci), poveri schiantati; famiglia allargata, perché, oltre alla nonna (la evergreen Anna Mazzamauro, unica a farmi ridere con le sue smorfie e battutacce, spesso volgari anche se non eccessivamente), annovera a sé anche il cognato di lui (Enrico Brignano, altro attore in gamba che qui si è fatto notare rispetto alla massa). E veniamo, quindi, alla massa: il resto, ossia, oltre alla già citata coppia di sposi, i due figli, il geniale Kevi (senza la “n”, per ignoranza del padre; eccessivamente geniale, tale da far scoppiare le palle con tutta quella onniscenza racchiusa nel corpo di un ragazzino probabilmente non più che quattordicenne) e l’odiosa Tamara, ragazza bella e stupida come una gallina e che, ad ogni fottuta frase, deve aggiungersi la parola “hashtag” così, perché sennò non sarebbe una vera adolescente dipendente da smartphone e internet.

Sia chiara una cosa: anch’io sono fortemente dipendente da internet e dal mio smartphone e sì, lo so, no né una bella cosa, anzi! È il mio difetto peggiore, lo ammetto, ma non conosco NESSUNO (se non un docente universitario il quale, per enfatizzare un concetto) utilizzi come un ritardato mono neuronico il termine hashtag davanti ad ogni cazzo di parola che gli passi per quei due neuroni in croce che si ritrova intrappolati nel cervello.

Ultimo, ma non ultimo, è Gustavo, il maggiordomo dei Tucci, interpretato da Ubaldo Pantani, talmente servizievole da risultare noioso come un discorso di Mattarella a fine anno, le cui capacità recitative mi hanno irritato non poco (mai quanto quelle dei figli dei Tucci, sia chiaro).

Nonostante tutto, però, il film funzionava. Sì, la sceneggiatura non era originale, ma la famiglia più sfigata di Roma riusciva a strappartela la risata con tutte le stramberie dei poveri che si ritrovano, all’improvviso, vincitori di 100 milioni di euro e che non sanno da dove iniziare a spenderli.

Io per primo ho ammesso che, in caso di una vincita ultramilionaria, sarei stato un pessimo amministratore del mio patrimonio. Tra l’altro, le teorie economiche ci insegnano che tanti soldi, troppi soldi, non bisognerebbe mai affidarli alle mani dei poveri, perché li dilapiderebbero immediatamente.

Che poi è, praticamente, quello che i Tucci fanno, se non fosse che l’intervento provvidenziale di Kevi (genio della finanza, oltre che a scuola) e dell’ormai amico di famiglia, il maggiordomo Gustavo, sventa, conservando i soldi di famiglia e mettendoli al sicuro in banca, all’insaputa di tutti, facendo credere ai Tucci di essere tornati poveri come la merda.

Poveri sì, ma di nuovo umili e onesti.


Ecco, questo era il primo film. Tutto sommato caruccio. Non bello, non un capolavoro, non ottimo, ma caruccio e che faceva (sor)ridere.

La domanda è: c’era bisogno di un sequel?

Beh, secondo il regista Fausto Brizzi sì, ce n’era bisogno.

Sapete, io non sono un critico cinematografico, non sono uno di quelli che capisce di cinema, di inquadrature, di regia, di fotografia e, più in generale, di tutto ciò che ruota attorno alla macchina da presa. Però so capire se una sceneggiatura fa schifo alla merda e questo, ahimè, non solo faceva cagare a spruzzo, ma funzionava meglio di un sovradosaggio di Guttalax.

I poveri (ma anche no) Tucci, dall’odioso e irritante motto di famiglia «Uno per Tucci… E Tucci per uno!» (che minchia significa? Vabbè, sorvoliamo) scoprono di non essere davvero poveri ma che, anzi, il loro patrimonio ha addirittura superato i 100 milioni di euro (grazie agli investimenti del duo Kevi-Gustavo)! Solo che stavolta, memori della scampata bancarotta del film precedente, decidono di investire quei soldi, ma dove?

Sicuramente non in Italia, paese in cui vieni tartassato fino all’osso. Dirottare il capita in un paradiso fiscale non si può, a meno che non si risieda fisicamente lì. E quindi? Che fare?

Ideona! Rendere repubblica indipendente il loro paese, Torresecca. Il tutto facendo leva su una svista burocratica post Unità d’Italia.

Ora, dato che siamo in un film italiano, più precisamente all’interno di una commedia italiana, troppe domande non ce le si pone e quindi ok: Tucci senior diventa Presidente della Repubblica, lo zio Marcello (Brignano) Presidente del Consiglio, la signora Tucci la first lady e il resto della famiglia il Governo non si capisce bene come formato. Ma vabbè, dettagli anche questi.

Ovvio che il Presidente del Consiglio italiano non ci sta! E dichiara guerra ai Tucci, prima staccando la corrente, poi utilizzando la macchina del fango e poi, ancora, proibendo la pizza.

Come avrete potuto vedere, la sceneggiatura è abbastanza ridicola già così com’è, priva di spunti interessanti sui quali fare leva per un’eventuale evoluzione, ma Brizzi ha il colpo di genio (anzi: più di uno)!

Il primo, introdurre a tradimento e all’improvviso una figlia illegittima, più precisamente la figlia di Danilo (Tucci senior), avuta in una delle sue tante tresche amorose pre-matrimonio; figlia che, dopo un test del DNA che ne accerta l’apparente effettiva parentela, si insidia nel castello di Torresecca (ormai residenza dei Tucci), diventando membro della famiglia a tutti gli effetti.

Questo non sta bene a Loredana, moglie di Danilo che, proprio come Giunone, inizia a odiare il terzo incomodo (meglio: incomoda), cercando di rovinarle la vita a palazzo.

Ma i colpi di scena non sono mica finiti qui! Perché, se pensavate di star vedendo l’ennesimo film trito e ritrito in cui spunta la figliastra a rompere le uova nel paniere all’allegra famigliola, ci pensano le numerose citazioni ad altre “opere” che Brizzi ha inserito nel film per stupirci tutti!

Partiamo dalla prima: Cenerentola! ! La matrigna che odia la figliastra e che tenta di buttarla fuori di casa a tutti i costi, arrivando addirittura a rinchiuderla, durante la festa, nelle segrete del castello (segrete dalle quali la ragazza inizia a gridare aiuto; aiuto che le sarà dato da Gustavo che, non si capisce come, dai piani alti della dimora, riesce a udire le urla della giovane, roba che manco Superman! Ma vabbè, altri dettagli che si sommano ai dettagli precedenti).; a Cenerentola si collega una comparsa di Maleficent, dato che Loredana si combina esattamente come lei (i capelli con le corna… Dio, ti prego!). Ma andiamo avanti: abbiamo la citazione a Una Poltrona Per Due, in cui Christian De Sica si traveste da Babbo Natale, una frecciata alla Brexit, in cui i Tucci dichiarano di voler tornare alla Lira abbandonando l’Euro (il tutto, tentando di far deragliare il film nella fiera del populismo) e, infine, la ciliegina sulla torta: Cinquanta Sfumature di Grigio, film che già di per sé è una merda tratta da un romanzo di merda (qui e qui le recensioni dei primi due capolavori), con Loredana che viene circuita da un latin lover, il Christian Gray italiano: Rudy, qui interpretato da Massimo Ciavarro.

Ed è qui che il film, che già navigava in cattive acque, sprofonda in un mare di letame in cui gli attori (che recitano come CANI, fatto salvo per la Mazzamauro e Brigliano) faticano a stare davanti alla telecamera senza sembrare più imbarazzanti di chi condivide su Facebook notizie palesemente false, facendo poi la faccia da ebeti scrivendo fieramente «Non so se è vera, ma intanto la condivido!»

Ciavarro che frusta la Oncone incatenata a quelle che son le manette della sala giochi del primo (giuro, stesse battute del romanzo/film), previa presa visione con firma del contratto tra dominatore e dominata, la quale, a sua volta, non reagisce rimanendo impassibile dietro le frustate del macho. Poi, il giorno dopo la donna si sveglia nel letto, si chiede se abbiano fatto sesso (il tutto sempre con quel fastidioso romanesco burino davanti a lui che fa tutto il sofisticato e perfettino), mentre lui, maschio alpha, prepara il brunch (come nel film! Ma che cazzo!) e lei, dopo aver visto che è mezzogiorno (e, soprattutto, dopo aver chiesto che diavolo sia il brunch), corre via al castello.

La fiera dell’inutilità, dell’imbarazzo, di idee riciclate e buttate alla cavolo di cane all’interno di una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti peggio del Titanic, offrendo un polpettone di merda fumante che, non solo non fa ridere, ma non ti strappa neppure una mezza risata falsa, manco per sbaglio!

Il DISAGIO!

Il finale, poi, è quanto di più stupido, scontato e stupido (l’ho già detto stupido, vero? Beh, chissene: faccio come nel film che continua a ripetere sempre le stesse minchiate all’infinito) si possa immaginare.

Alla fine, cosa ci rimane?

Un sequel forzato e inutile che ci mette ansia e depressione, malumore, imbarazzo e diarrea, la stessa diarrea che si avrebbe con un colon irritabile ai limiti dell’irritazione! Un film sempliciotto che non si sforza neppure di sorprenderci e che fa il verso alle varie (evitabilissime!) commedie cinepanettonesche italiane dalle quali, più che una valanga di merda, non riesci a ricevere.

Torna a sprofondare la commedia italiana, nonostante le buone prospettive e proposte di cui vi ho parlato all’inizio. Spero (mi auguro!) che questa cagata sia una meteora, un caso isolato, un errore della creazione (un po’ come i terrapiattisti: un errore all’interno dell’evoluzione, ecco); un fuoco fatuo di cui presto ci dimenticheremo tutti.

Voto assolutamente negativo, ben al di sotto della sufficienza.

Se non altro, il lato positivo è che il finale del film, seppur cagoso, non lascia intravedere a nessun terzo capitolo di ‘sta roba (e voglio sperare!). certo, è vero che al peggio non c’è mai fine, ma io oggi mi sento tendenzialmente ottimista.

Da evitare come la peste bubbonica!


VOTO: 3.0/10

Informazioni su Antonio Moliterni

Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Bari. Editore, Proprietario e Direttore Generale della Testata Giornalistica online The Empty Dream, consulente aziendale, scrittore. Musicista nel tempo libero, amante della musica, del metal e hard rock in particolare e dello sport- Segni particolari: Nerd. Se la sfiga fosse un post-it mi sarebbe appiccicata al fondo schiena 365 giorni l'anno.
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