OVERTURES – ARTIFACTS

[Voti: 3    Media Voto: 5/5]

 

1-12

 

Suonare come diciottenni, ma con l’emotività dei trentenni.

È questo quello che mi ha confessato il buon Michele Guaitoli, singer degli Overtures, quando ci siamo parlati. E come dargli torto?

Questo disco suona fresco, frizzante, carico di pathos e bello diretto.

Non gira attorno a fronzoli o tecnicismi fini a sé stessi, ma va dritto al sodo, colpisce e affonda.

Sarò sincero: quando mi è giunto il promo, ero un tantino scettico sul risultato e non perché ritenevo a priori che l’album non fosse valido, ma che, al contrario, non riuscisse a reggere il confronto con il precedente disco. Invece, sin dal primo ascolto, mi son dovuto ricredere.

Questo è un discone che molte band più blasonate e famose del settore power-heavy si sognano pure e che farebbero carte false per poterlo scrivere. E pochi cazzi.

E questo lo si denota sin dall’inizio, quando una cavalcata rocciosa fa da apripista all’opener Repentance, dove un fantastico lavoro di palm mute ci regala un riffone tosto e pesante che poi lascia via libera al godibilissimo refrain, come da scuola Overtures. E, come da copione, conclude il tutto l’egregio lavoro di Marco Falanga che ci regala un guitar solo memorabile.

Un riff più hard rock oriented è l’incipit della successiva Artifacts, title track che dà il nome all’album. Pesta duro il drumming di Andrea Cum dietro al quale corrono all’impazzata il resto dei musicisti, per poi interrompersi bruscamente e procedere senza violentarci i padiglioni auricolari.

Ottimo i refrain corale ed evocativo, mentre il solo di chitarra è semplicemente una figata.

Gold è cattivissima, ma gode di un refrain epico all’inverosimile. È in questo brano che Michele ci dà dentro con i growl nella seconda strofa in una cavalcata metallica al tritolo.

As Candle We Burn è un powerone da infarto: sparato alla velocità della luce, la strofa è un danzare tra basso e batteria, con un Michele Guaitoli apparentemente calmo che si incazza nel bridge e fa esplodere i controcazzi nel refrain.

Ma è con Prifiled che la band pesta a manetta e raggiunge la velocità del suono, partendo a tutta velocità con un riff di power cazzuto che ci fornisce un highlights di quelli che non ascoltavo da tempo! Probabilmente uno dei brani più diretti che difficilmente riuscirete a scrollarvi dalla mente, con un ritornello che si lascia cantare facilmente sotto la doccia.

Il guitar riffing è portentoso e gli intrecci con il drumming martellante all’impazzata è spettacolare.

E se Unshared Worlds contiene uno dei ritornelli più belli mai scritto da mano umana negli ultimi dieci anni di power metal, con My Refuge ritornano in mente band legate al power metal tedesco, le cui sfumature musicali bene si sposano con un heavy di scuola moderna.

 

 

New Dawn, New Dusk si apre con un riffone di vecchia scuola heavy, bello cazzuto e controcazzuto e che ci regala una perla di heavy-power italiana che potrebbe fare le scarpe, tranquillamente, alla concorrenza internazionale.

Teardrop  è, invece, il mio brano preferito, nel quale gli Overtures osano andando oltre ciò che hanno proposto e rinnovato negli anni. Una suite di oltre 10 minuti, un gioiello o della musica nel quale, nel break, si intreccia il cantato femminile a quello maschile che manderà in estasi chi ascolta. Atmosfere pompose da colonna sonore infarciscono il brano ancor meglio di quanto già non fosse già stato fatto, sposandosi perfettamente con le sublimi linee melodiche costruite dal lavoro di Marco Falanga.

Conclude in bellezza la pazzoide Angry Animals: il rullante ci prepara a quello che è il brano più schizzato mai composto dai nostri amici goriziani, un misto tra heavy-power e hard rock nel quale la band tira fuori i gioielli di famiglia: velocità, tecnica, melodia e controcazzi iperchiodati che esplodono nel forsennato refrain cantato a squarciagola da Michele, manco avesse mangiato un Trinidad Scorpion e stesse urlando come un folle a seguito della controversa reazione alla gola. Un brano il cui livello di pazzia raggiunge il vertice massimo in una scala che va da zero a Patrick de Gayardon.

Stramiticissima!

Pone i sigilli una versione pianistica di Savior, già proposta precedentemente nell’ottimo Entering The Maze.

Quando l’ho ascoltata l’ho riconosciuta immediatamente e, francamente, mi piacerebbe sapere perché i ragazzi hanno scelto proprio questo brano dal precedente album.

Si tratta di una buona riproposizione, più calma rispetto all’incazzatissima originale Savior dove le chitarre e la batteria pestavano sassi a manetta.

Tirando le somme, si dice che il terzo album è l’album  della maturazione. È stato così per molte, moltissime band e, a quanto pare, gli Overtures non riescono a sottrarsi a questa regola, confezionando in questo 2016 un discone a dir poco perfetto, un bel prodotto di power-heavy che farà gola non solo agli amanti del genere, ma agli amanti della musica in senso lato.

L’unico mio rammarico, è che questi ragazzi non riescono a godere del successo meritato e di un riscontro che, personalmente, avrei visto a livello planetario. Non hanno nulla da invidiare a band più famose e che riempiono gli scaffali degli store, ma va beh, il tempo gli darà ragione.

Sono ottimista.

Detto questo, a voi il giudizio di questa mia prima recensione su questo blog con un augurio di cuore all’intera band.

Tracklist

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Overtures Band

About Antonio Moliterni

Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Bari. Editore, Proprietario e Direttore Generale della Testata Giornalistica online The Empty Dream, consulente aziendale, scrittore. Musicista nel tempo libero, amante della musica, del metal e hard rock in particolare e dello sport- Segni particolari: Nerd. Se la sfiga fosse un post-it mi sarebbe appiccicata al fondo schiena 356 giorni l'anno.
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