MY LIFE WITH ELSA: La Mia Nuova Migliore-Peggiore Amica

Elsa-800x445

 


Probabilmente fregherà a pochi di voi quello che mi è accaduto negli ultimi mesi quando, dopo il 20 dicembre del 2017, ho dovuto frequentare forzatamente quella che sarebbe diventata la mia nuova compagna di avventure.

No, non è una bella ragazza, non è gnocca, ma neppure cessa. E no, non è neppure una ragazza (e questo perché io con le ragazze sono talmente sfigato che Charlie Brown levati proprio).

Sto parlando della mia nuova amica, la stomia la quale mi ha fatto trascorrere il Natale in ospedale, mangiando cibo di merda mentre il resto del mondo cenava in famiglia o nei ristoranti, guardando film al computer in DVD, tra cui gli immortali (nonché tra i miei preferiti) Lo Chiamavano Trinità e il suo sequel, …Continuavano a Chiamarlo Trinità.

Per chi si stesse chiedendo quale sia stato il mio cenone di Natale, ecco a voi una diapositiva:

[clicca sulle immagini per ingrandirle]

1


Come potete notare dall’immagine, abbiamo come lauto pasto (che mi fu servito per tre sere consecutive, roba da indurmi al suicidio):

  • Minestrina: l’immancabile minestrina dell’ospedale, solo qui in versione schifo merda upgrade. Senza dado, senza sale, senza nulla, con pochi acini di pasta, il cui colore giallognolo-epatite non è dato dagli ingredienti per il brodo, ma solo dalla colorazione della pasta messa a cucinare nell’acqua;
  • Mousse di frutta, ovvero l’unica cosa decente di quel pasto e che custodivo gelosamente quando mi arrivava, manco si trattasse di caviale;
  • Panino: mangiabile, ma solo in quel momento, perché già tra il pranzo e la cena si trasformava in un’arma impropria da utilizzare contro il tuo peggior nemico;
  • Carote bollite: assieme alla minestrina, il cibo d’eccellenza dell’ospedale, anche queste rigorosamente senza sale.
  • Bollito di pollo, ossia lo schifo merda per antonomasia, la cosa peggiore vi sia in assoluto, qualcosa sulla quale persino una capra ci sputerebbe sopra.

Il perché, poi, mi servissero tutto senza sale, nonostante io non avessi il diabete, la mia pressione fosse sempre drammaticamente bassa e la mia dieta prevedesse una dieta ad alto contenuto di sale, poiché la mia ileostomia, tra le tante cose, provoca una perdita non insignificante di sodio, beh, questo rimarrà un mistero, alla pari di: perché il cielo è azzurro? Perché l’acqua è bagnata? Dove sarà mai custodito il Santo Graal? E, soprattutto, perché fruttariani e terrapiattisti hanno diritto di voto?

Ma non divaghiamo con gli interrogativi della vita. Lasciamoli a persone più quotate, come gli scienziati o i teologi.

La vita in ospedale trascorre pressappoco come a scuola: per passare un minuto ci vuole un’ora. Fortunatamente, ogni qualvolta vengo ricoverato, mi porto dietro mezza casa (tra libri, riviste, fumetti e, soprattutto, computer stracarico di film, DVD e cartoni animati. Soprattutto cartoni animati). Inoltre, ogni volta in cui sono stato operato, con me è venuto mio padre che ha trascorso sostanzialmente i ¾ della giornata in ospedale con me, allontanandosi solo per prendere da mangiare o tornare al bed & breakfast per andare al dormire. Proprio perché ero con il mio papozzo, ho preferito caricare il computer con i film più ignoranti della storia del cinema e questo perché il mio papo va matto per i film d’azione. Largo, quindi, a Van Damme, Steven Seagal, Bruce Willis e i vari film con Bud Spencer e Terence Hill.

In quei giorni in ospedale ho imparato a capire come funzionasse il mio corpo con la stomia. Io non dovevo fare nulla, perché faceva tutto lei: cagava, scoreggiava ed emetteva versi strani che manco il mio stomaco dopo una settimana di digiuno. Il fastidio di recarsi in bagno era praticamente bypassato, visto che la mia cara CIPO (pseudostruzione intestinale cronica, malattia rara piuttosto antipatica) mi costringeva ad andare in bagno la bellezza di 15 volte al giorno.

Ma con la stomia va diversamente.

Seppur la odi, seppur la detesti profondamente visto che ogni volta che mi spoglio sono costretto a vedere questa sacca appiccicata al mio addome manco fosse una busta della spazzatura (e in realtà lo è), devo dire che ha anche dei risvolti positivi (praticamente quelli che vi ho accennato).

La cosa più antipatica è l’alimentazione: se mangio fibre o, peggio, legumi è un casino. Si imbizzarrisce e diventa ingestibile. A tal pro, ricordo ancora le parole della stomaterapista barra dietista dell’ospedale di Parma quando le chiesi se potessi bere almeno il latte di mandorla o mangiare lo yogurt di soia (generalmente lo yogurt di soia mi fa cagare, ma quello della Alpro, soprattutto quello alla mandorla, devo dire che è niente male davvero!). beh, la risposta fu: «Boh? Non lo so.»

Ovviamente chiesi spiegazioni. Domanda, la mia, alla quale lei replicò: «Non lo sappiamo. Sappiamo che non bisogna mangiare fibre, soprattutto legumi, ma non sappiamo cosa accade qualora si mangiassero yogurt o bevande vegetali, ma ci stiamo informando, perché abbiamo un numero sempre crescente di pazienti con la stomia fra vegetariani e vegani.»

E ciao. Saluti e baci. Arrivedooorci.

Ma vabbè: sappiate solo che la mia stomia va avanti a carne: dalle la carne e la farai felice.

Riesco a mandare giù al giorno anche fino a 800 grammi di carne. Sono diventato un devastatore della fauna, ma non per mia scelta: prima ero un pessimo mangiatore di carne, ne consumavo davvero pochissima (massimo una volta a settimana, due quando mi andava di culo e prettamente bianca). Adesso, la mia ileostomia (a cui ho deciso di dare un nome) rifiuta le fibre e esige la carne. Solo carne. Tanta carne. TROPPA carne.

Tralasciando il fatto che, dimesso dall’Ospedale Maggiore di Parma feeci una sosta al pronto soccorso dell’ospedale del mio paese, i giorni successivi trascorsi a casa furono un leggero inferno.

Ho già detto che avrei dato un nome alla mia stomia. Ho pensato al nome della mia ex che mi lasciò con una email (lo so, è da stronzi), ma poi ho realizzato che lo stesso nome lo ha una persona a cui sono legato da una forte amicizia e a cui voglio molto ma molto bene. E sarebbe da stronzi chiamarla così.

Ma la mia ex non era poi stronza, non ai livelli stellari. Ci vuole un nome da stronza ad hoc e, quindi, quante persone stronze ho conosciuto nella mia vita? La risposa è: fin troppe.

Ecco, ho trovato il nome: Elsa, perché mi ricorda i personaggi che più detesto attualmente. La prima protagonista di un cartone animato della Walt Disney che piace a tutti, ma che a me, personalmente, mette le coliche e mi spedisce al cesso più velocemente di quanto farebbe uno shaker a base di Guttalax, Dolce Euchessina e Selg ESSE; la seconda, beh, è un personaggio noto ai più. Sappiate solo questo.

Madonna quant'è irritante!
E pensare che la musica non è neppure poi così male...

Tornando all’inferno, dopo il soggiorno in pronto soccorso (l’ennesimo), i giorni successivi furono un costante incubo. Gli unici a spiegarmi cosa accadeva erano gli utenti del gruppo degli stomizzati e la sua miticissima admin, Giusy, e il mio stomaterapista il quale, ogni volta che mi sentiva proferire la parola legumi, rispondeva: «Angoure!» che nel dialetto del mio paese corrisponde, pressappoco, a una traduzione in italiano del tipo: «Ma che c’hai nella testa, l’acqua ragia? Ti ho già detto che devi restare lontano dai legumi se non vuoi riempirti di merda dalla testa ai piedi, pistola!»

Il dialetto è bellissimo, non trovate? Così tante parole e concetti racchiusi in una sola espressione…

Abituato a mangiare legumi tutti i giorni (vado matto per i legumi) e assolutamente non abituato a gestire la stomia che sparava pupu a raffica quando assaggiavo le lenticchie (pupu che fuoriusciva ovunque e mi riempiva tutto facendomi sembrare il mostro della laguna nera), capii che io e i legumi saremmo dovuti diventare nemici naturali. Almeno per un bel po’ di tempo attualmente ancora indeterminato.

Per riuscire a capire quali cibi potessi mangiare o, comunque, iniziare ad assaggiare, stilai un diario in cui indicavo i miei tentativi di suicidio (tutti numerati), pubblicandone i risvolti su Facebook, in modo da condividere il mio disagio con il resto del mondo (del tipo: Tentativo di suicidio numero 322: Arance).

Se l’esperimento aveva successo, ok, si magnava; in caso contrario, si tirava giù tutto il calendario. Calendario che, immancabilmente, veniva invocato TUTTO durante la notte (assieme a una serie di divinità scelte casualmente, tipo quelle egizie, celtiche e Cthulu) quando, non si capiva per quale ragione, la stomia perdeva liquidi informi maleodoranti di materia organica di colore marrone comunemente denominati merda, sporcando me, il mio pigiama, coperte e lenzuola del mio letto. Puntualmente, ogni notte, più volte a notte, tale da costringermi a mettere la sveglia ogni due ore per controllare cosa accadeva: se la stomia reggeva, tutto ok, mi rimettevo a dormire. In caso contrario, bestemmiavo.

E si badi, io odio le bestemmie, ma in tali casi sembrano avere un effetto catartico sul corpo.

Trascorsero tipo due mesi e mezzo dall’incubo notturno, ma anche diurno, di indossare Elsa, conviverci con lei, condividere gioie, dolori, giornate e nottate, fino a quando poi, una sera, decisi che era giunto il momento del battesimo del fuoco: uscire a cena con i miei amici.

L’unico inconveniente, è che i miei amici mangiano tardi e in ogni caso, la sera, Elsa dà un po’ di matto, dato che vuol essere svuotata più di una volta. Ecco, quella sera Elsa me la rese un travaglio, perché si riempiva continuamente. E questo non avrebbe neppure costituito un grosso problema, se non fosse che i bagni di quel locale dove generalmente mi reco a mangiare con i miei amici fanno cagare, e il pensiero di entrare ogni 10 minuti in quelle toilette mi faceva girare le eliche dei motoscafi a mille. Ragion per cui, ho deciso che sì, sarei uscito coi miei amici il sabato sera, ma no, non avrei cenato con loro (anche perché hanno la pessima abitudine di cenare non prima delle 23:30 quando il sottoscritto a quell’ora ha già digerito tutto).

Ormai sono trascorsi diversi mesi da quando mi hanno trapiantato Elsa sulla pancia, da quando la guardavo allo specchio e odiavo me stesso, lei e il resto dell’umanità civilizzata, da quando la sera, mentre cambiavo la sacca prima di andare a letto, Elsa impazzita spruzzava manco fosse un estintore impazzito sporcando ogni cosa e ovunque, con me che fuori di testa invocavo tutto i 365 giorni dell’anno, compreso il primo di novembre dove i Santi tendono a più infinito.

Adesso ho quasi imparato a non incazzarmi, non bestemmiare e accettare i regali che Elsa mi rilascia a tradimento; ho imparato a strafogarmi di carne (ci sono giornate in cui mangio 300 grammi di carne a pranzo e 500 la sera), con Elsa che ringrazia e la trasforma in acqua e con me che non ingrasso manco per il cavolo.

Elsa è stata la mia salvezza, perché mi consente di viaggiare, non mi fa provare più dolore mentre espleto le mie normali funzioni corporee, ma è anche la mia condanna, dato che ovunque andrò lei verrà con me (al cinema, in palestra o al mare). Un rapporto di amore-odio, un rapporto che ancora non ho capito come definire, dato che a volte la ringrazio (tipo quando sono adnato all’INPS per la visita e, recandomi al bagno, dopo aver visto in che schifo merda mi trovavo, dissi tra me «Meno male che c’ho la stomia…»), a volte la maledico (se penso che proverò vergogna quando dovrò spogliarmi in spiaggia e, quindi, mi sa tanto che in spiaggia non ci andrò mai o ancora, se penso che ogni tanto, quando la svuoto, combino certi casini che manco nei cessi dei militari).

Miei cari lettori e, soprattutto, miei care lettrici: sappiate che è bello poter raccontare le nostre avventure, soprattutto se le intingiamo di un pizzico di ironia. Significa che siamo ancora vivi, significa che non abbiamo perso del tutto la nostra voglia di vivere e lottare, significa che, nonostante tutto, siamo ancora in piedi pronti a ricominciare dopo l’ennesima caduta.

Una volta, tempo fa, il privilegio di raccontare una storia, anche triste, non lo si aveva: si finiva sotto metri di terra, oppure si viveva una vita talmente triste che in confronto una condanna a guardare incatenati il Grande Fratello sembra una sorta di passeggiata nei prati in primavera mentre ascolti un programma culturale in italiano aulico.

Elsa non sarà il massimo, ma è tutto quello che la medicina e la ricerca scientifica, oggi, hanno potuto concedermi per vivere una vita migliore o, comunque, meno costellata di dolore, sofferenza e problemi. Elsa è l’ennesima ragione per cui, periodicamente (anche se con quei pochi spiccioli che posso permettermi) sovvenziono chi si occupa di ricerca contro le malattie rare (Telethon ).

Prendete quindi il lato positivo di ogni faccenda, fatelo vostro e trasformatelo in qualcosa sul quale riderci sopra: un giorno, leggendo o raccontando tutto ciò, i vostri figli, i vostri nipoti o anche i vostri amici sorrideranno assieme a voi. E tutto vi sembrerà più bello.

Un saluto a tutti (ma soprattutto a tutte!!!),

il Tizio che adora prendersi per il culo nonostante gli abbiano impiantato una protesi sulla pancia che dovrà portare (forse) a vita.

About Antonio Moliterni

Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Bari. Editore, Proprietario e Direttore Generale della Testata Giornalistica online The Empty Dream, consulente aziendale, scrittore. Musicista nel tempo libero, amante della musica, del metal e hard rock in particolare e dello sport- Segni particolari: Nerd. Se la sfiga fosse un post-it mi sarebbe appiccicata al fondo schiena 365 giorni l'anno.
This entry was posted in ARTICOLO and tagged , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *