IL MIO ESAME DI MATURITÀ: Based On a True Story

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Stamattina riflettevo sul fatto che molti studenti iscritti al quinto anno nelle scuole superiori, domani dovranno approcciarsi per la prima volta a quello che ricorderanno come il loro primo vero esame.

Io di esami ne ho sostenuti tanti: scartando quelli del sangue e i vari che mi hanno fatto in ospedale (battutaccia, passatemela 😛 ), ho cominciato già dalla quinta elementare e poi in terza media (e sì! Ai miei tempi… Ehi, L’HO DETTO DAVVERO! Dicevo… Ai miei tempi, si dava l’esame finale anche alle elementari xD ), ma il vero esame, quello cazzuto e che ancora oggi tormenta i miei incubi, è stato quello del quinto anno alle superiori, quello in cui, da studente dell’Istituto Tecnico Commerciale  “V. Bachelet” del mio paese, Gravina in Puglia, avrei dovuto affrontare la prima prova di italiano, la seconda di Ragioneria (era stata sorteggiata quella materia, mentre Tecnica Bancaria fu scartata) e la fantomatica terza prova, il mega quizzone a risposta multipla con tutte le materie, per poi terminare il tutto con la prova orale.

Sapete gente, a scuola, i primi tre anni, non ero proprio una cima. Era quel tipo di studente che studiava lo stretto indispensabile, quel tanto che bastasse per essere promosso con la sufficienza, senza sprecarsi troppo a perdere le giornate sui libri. In fin dei conti, perché ammazzarsi di studio quando già un 6 può salvarti dalla bocciatura?

E poco importava se, sin dalle scuole medie, i miei docenti (in particolare il prof. Pietro Elia, mio mentore di vita prima che insegnante e il prof. Francesco Mercadante che, purtroppo, adesso non c’è più) mi ricordavano che, se solo mi fossi impegnato leggerissimamente di più, avrei potuto conquistare il mondo (in particolare, non scorderò mai la frase del prof. Mercadante il quale, dopo la prova orale, mi disse «Ma non potevi studiare così tutto l’anno???» o, ancora, quando il prof. Elia mi definì «… tipo da spiaggia.» Che bellissimi e intramontabili ricordi…). Davvero, poco importava, perché io avevo una testa di cavolo e, giustamente, se la sufficienza può salvarti la vita, perché osare di più?

E con questa filosofia, sono andato avanti fino ai 16 anni, quando poi, un bel giorno, decisi di voler intraprendere la strada universitaria. E questo voleva significare una sola cosa: studiare sul serio!

Cominciai già dal quarto anno ad approcciarmi meglio con i libri di scuola, tant’è che a fine anno vidi fioccare i primi 8 e, soprattutto, due 9! Io che non avevo mai visto un 8, se non in condotta, avevo avuto non uno, bensì due 9 (anche se non ricordo in quale materia) e, soprattutto, NESSUN 6!

RENDETEVI CONTO!

Ero con mio padre il quale mi chiese: «Ma sicuro sia tu questo Antonio Moliterni?»

Grazie papà, sempre molto spiritoso e colmo di fiducia, eh…   -_-

Ma vabbè, sorvolando su quanta fosse immensa la fiducia di mio padre nelle mie capacità, il quinto anno mi diedi da fare davvero. Cominciai col bannare dal registro dei miei insegnanti il 6, ossia la tanto amata sufficienza che mi aveva garantito la promozione in quegli anni, per aspirare MINIMO la 7, se non proprio all’ottimo 8 (anche se, ad onor del disagio, c’è da dire che la trovata geniale di fine anno, fu quella di cambiarci tutti i docenti. Così, perché al preside piacque farci questa sorpresa…).

Ma io ero un duro e, quindi, non mi feci impressionare dai voti un po’ tirati e dal fatto che i nostri insegnanti non ci conoscessero e non volessero sbilanciarsi troppo: sapevo che, prima o poi, avrei preso un votaccio in tutte le materie e così fu.

I mesi di quel quinto anno trascorsero velocemente, così tanto che nel giro di pochi giorni fu già giugno e noi, che eravamo dei criminali, ci giocammo la gita di fine anno in favore di una giornata trascorsa a Bari, perché fu il massimo che ci concesse il consiglio di classe.

Dovete sapere, oh miei cari incauti che vi approcciate a leggere le mie elucubrazioni mentali, che quell’anno, il 1999, fu l’anno in cui si sperimentò per la prima volta l’esame in centesimi che sostituì il vecchio e più attempato esame in sessantesimi (dove i geni si diplomavano con 60/60, mentre con il nuovo esame 60 lo prendevi se eri una capra).

E noi lì, tutti preoccupati perché non sapevamo che pesci prendere. Il problema, era che non lo sapevano neppure gli insegnanti e quindi, dato che nessuno volle improvvisarsi pescatore, capimmo che avremmo dovuto imparare assieme come funzionava quel benedetto nuovo esame.

Innanzitutto vi era la toto traccia: quale traccia sarebbe mai potuta uscire durante la prima prova, quella di italiano? Ecco, ai miei tempi (e che cavolo: l’ho davvero ridetto! Ho detto di nuovo quel “ai miei tempi” che mi fa sembrare fottutamente vecchio…!)… Ehm, dicevo: ai miei tempi internet non c’era e, laddove era presente, era agli inizi, con modem lenti come trattori in tangenziale (i famosi modem 56kbps!!!) che per aprire una pagina ci impiegavano ore (e se malauguratamente la pagina conteneva immagini, beh, i tempi biblici a confronto ti apparivano come battiti d’ali di una farfalla) e che, in ogni caso, su 100 studenti, 99 non sapevano neppure cosa fosse. Quindi, al fine di scovare la traccia che sarebbe ipoteticamente potuta capitare, ci affidavamo ai telegiornali, ai giornali e a tutto ciò che poteva essere considerato come mezzo di informazione (ah… che bella l’era priva di fake news…!).


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Poi, ancora, c’era la tanto temuta terza prova: su cosa optare? Test a risposta multipla, domande aperte o un mix di entrambi?

La democrazia interna optò per il quizzone a risposta multipla, ossia il mio tallone d’Achille: le crocette! Madonna l’odio che provo quando incontro le crocette, mi sale talmente il disagio che combino un casino ogni volta. E questo, sin dalle scuole elementari, eh!

Alle medie facevo fiasco (e il prof. Elia che si incacchiava di brutto), alle superiori peggio, a scuola guida non andò meglio e l’università non fu la conferma di una regola senza quell’eccezione necessaria di cui generalmente necessita.

È tutto molto disagiante, lo so: quando vedo le risposte multiple, comincio a sudare freddo, mi viene il Parkinson e la mano inizia a tremare manco avessi la febbre a 45° e i geloni della morte addosso.

Ma lasciamo perdere i miei disagi con i quiz e andiamo avanti.

Stabilito il quizzone, si cominciò a parlare di “simulazioni”.

Ecco, anche per la simulazione dell’orale, decisi di immolarmi per la causa e mi offrii come cavia per i miei insegnanti i quali inscenarono una sorta di esame orale, con me che presentavo una bozza di tesina improvvisata il giorno prima mentre tenevo puntato un occhio sulla stessa e l’altro sui prof.

Fu un teatrino necessario, affinché tutto fosse fatto in base alle regole. Un teatrino tutto sommato divertente, devo dire.

E poi ci fu lo scoglio TESINA! Sostanzialmente bisognava scegliere un argomento attorno al quale roteassero tutte le materie studiate.

Io scelsi il Bilancio d’Esercizio come tema centrale, per poi allacciarmi a tutte le altre discipline (non ricordo assolutamente come diavolo ci riuscii…). Essendo un argomento piuttosto complicato, fu scelto da me e da un altro paio di miei colleghi studenti, mentre i restanti 27 puntarono su qualcosa di meno ingarbugliato e più umano da snocciolare.

All’epoca non esistevano le mappe concettuali, i labirinti da presentare alla commissione e tutto ciò di cui si necessita oggi: bastava la tesina, lo studente, il disagio che ti assale e un paio di pollici da far girare nell’attesa di essere chiamato a sostenere la prova. Tutto il resto, era per i deboli.

La prima prova, quella di italiano, fu abbastanza divertente, perché, come avrete notato, me la cavicchio piuttosto bene a scrivere e, anche se semino ogni tanto qualche strafalcione, nel complesso rendo l’idea di ciò che ho nella cocuzza. Come da copione, non mi preparai assolutamente per il tema di italiano, pur essendo conscio che non avrei trovato, come per le elementari, il Tema Libero, sul quale puntavano praticamente tutti, dai bravi ai somari, perché era l’uscita di sicurezza di studenti e insegnanti.

La prima cosa che notai e che mi incuse timore, fu l’osservare la presenza dei carabinieri i quali, dopo aver consegnato le tracce al presidente di commissione (per l’esattezza, metà insegnanti esterni e metà interni), assistettero all’apertura dei sigilli e alla presentazione delle tracce agli studenti.

Superato questo shock iniziale, cercai di capire quale traccia andasse meglio per me. Scartata quella di attualità, sulla quale il 99% degli studenti generalmente punta e/o fa affidamento (era orribile, perdonatemi!), decisi di puntare le mie carte sul pezzo da 90: l’ambito artistico-letterario, ossia un mega traccione in cui si chiedeva al candidato (cioè moi), dopo aver letto alcune poesia sulla prima grande guerra, ad opera di alcuni poeti italiani, di parlare di come gli stessi avessero vissuto tale conflitto, il tutto attraverso un articolo di giornale.

E la cosa mi stuzzicava parecchio, perché a me la storia piace, piace anche la letteratura e, soprattutto, amavo il tema guerra! Inutile dirvi che il mio elaborato piacque tantissimo alla professoressa (esterna) di lettere, filosofia e storia, che mi lodò quando sostenni la prova orale e che mi appose il bellissimo votaccio sul foglio di protocollo.

Seconda prova: ragioneria! La più temuta, il colosso dei colossi, la prova che toglieva il sonno ai candidati tutti e faceva traballare i neuroni anche ai sani di mente!

Oltre a studiare come pazzi, non sapevamo, noi studenti, che COSA portarci dietro da usare come, diciamo… Fogliettino invisibile, ecco. C’è chi riuscì a farsi rimpicciolire l’intero manuale del quinto anno di Ragioneria XD

Davvero gente, fu la follia di gruppo, una sorta di isteria causata da un panico generale, anche perché era una mega prova di 6 interminabili ore che non poteva ammettere errori! E, come da copione, vi fu da presentare il bilancio con dati a scelta, dopo aver studiato una ipotetica situazione patrimoniale con fatti di gestione, e una rielaborazione dello stesso.

Quando giunsi a scuola, notai che nessuno aveva occupato l’ultimo posto, quello in fondo. I miei compagni di classe, l’avevano riservato a me (che carini!), perché sapevano che avrei potuto salvare un po’ tutti.

Ovviamente c’era sempre il genio che contava sul fatto che la copia del compito, in qualche modo, circolasse, ma ehi, un conto è suggerire un’operazione o una serie di operazioni, un altro è scrivere una copia speculare con altri dati (se sono a scelta, difficilmente due candidati possono presentare lo stesso bilancio. O no?), per poi farla circolare allegramente e spensieratamente tra i banchi.


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Io mi diedi da fare alla men peggio, cercando di salvare quanti più culi possibile. E, anche quella seconda prova, andò alla grande, terminando con il massimo del punteggio.

Quindi, ricapitolando: 15 + 15 (voti aggiudicati, rispettivamente, alle prove di italiano e ragioneria) ero già a 30. Avevo 20 punti di credito che mi portavano a 50 e, tra terza prova e orale, mi bastavano solo 10 punti.

Il più era fatto. Bisognava pensare alla terza prova.

Studiai. Come avevo sempre fatto (negli ultimi due anni XD ). Ma quel giorno, quel lunedì, quando la mia persona si ritrovò a fronteggiare il suo acerrimo e antico nemico, le crocette, fui sconfitto inesorabilmente e, dopo aver sbagliato praticamente quasi TUTTE le risposte, presi un 6 di merda che ancora oggi mi perseguita, poiché mi pregiudicò il 100 finale.

Cioè, sapevo che avrei fatto schifo, ma fino a quel punto… E che cacchio!

Rimaneva la prova orale. Fu sorteggiata la lettera P (io di cognome sono Moliterni, lettera M) e dovetti attendere che praticamente TUTTI GLI STUDENTI, dei corsi D e F (il mio era il corso F), sostenessero l’esame orale. Io fui il penultimo ad essere interrogato.

L’esame fu un autentico massacro: assistetti a giovani soldati che ambiziosi e speranzosi si recavano all’orale, per poi essere interrogati NON sulla tesina, bensì ANCHE sulla tesina e, principalmente, sul resto del programma di tutte le materia, finendo giustiziati da uno spietato e acculturato plotone di esecuzione.

Io, poi, partivo “pregiudicato”: infatti, con il mio fedele amico Giuseppe Skenk, scrivemmo la tesina sullo stesso argomento, ma, dato che all’epoca le stampanti erano uno strumento posseduto da pochi eletti (e non vi dico i computer! Altro che il bonus cultura o altri soldi elargiti dallo Stato il quale, all’epoca, al massimo elargiva capocchie), stampai tutto alla mia nuovissima stampante Canon a colori (acquistata per l’occasione. Una stampante a getto di inchiostro che sostituiva la più obsoleta e attempata stampante monocromatica ad aghi, quest’ultima un reperto ormai storico in esposizione in qualche arcaico museo abbandonato, luogo di culto per pochi eletti), dimenticando di sostituire il nome dell’autore, Antonio Moliterni, con il nome dell’altro autore, Giuseppe Loglisci.

Il risultato fu l’esecuzione in diretta quando la commissione si chiese perché, due tesi aventi lo stesso argomento e posseduto da due persone diverse, portassero lo stesso nome.

Prima massacrarono Giuseppe e poi tentarono con me il quale, però, conscio di ciò, decisi di prepararsi non solo sulla sua tesina, bensì sul programma di tutte le materie. Esatto: TUTTO IL PROGRAMMA DI TUTTE LA MATERIE!

Yeah!

Quando mi sedetti, la prima domanda fu: «Perché due tesi con lo stesso nome?»

La risposta non si fece attendere: «Ehm…»

Risposta, quest’ultimo ehm enigmatico, che non convinse nessuno della commissione. Neanche per la ciolla.

Il presidente della commissione, un Dottore Commercialista, dopo il mio stupendo esordio all’ehm dantesco, prese in mano la situazione e decise di interrogarmi lui. Si sarebbe tirato indietro solo alle domande di francese (lui aveva studiato inglese) e italiano e storia (non di sua competenza); per il resto, le materie tecnico-giuridico-scientifiche erano il suo pane quotidiano.

Me lo ricordo ancora come se fosse ieri: FU UN AUTENTICO INCUBO! Il Presidente mi martellava con domande su domande, mi mitragliava manco avesse in mano un UZI caricato a questions, ma ad ogni colpo il mio scudo parava! TUTTO!

Non trovò NULLA a cui non sapessi rispondere, e andò talmente a ritroso da chiedermi definizioni di ragioneria del terzo anno, fino a che poi, stanco, decise di passare la palla alla prof di Italiano e Storia, mentre il mio insegnate di Ragioneria, il professor Arturo Riso, da dietro le quinte se la rideva e, soddisfatto, mostrava il pugno, perché IO AVEVO SEGNATO il GOAL DELLA BANDIERA! E che goal, eh!

E Cristiano Ronaldo MUTO!!!

Terminate le domande, l’ultima mi fu fatta dal docente di Diritto, Economia e Scienza delle Finanze (esterno) il quale mi chiese cosa ne pensassi della situazione del debito pubblico in Italia. E anche lì fui brillante (modestamente).

Sapete, ragazzuoli e ragazzuole belle tutte, se non fossi stato cretino da giocarmi il 15 (ma anche un voto inferiore, ma più degno di quel 6 merdoso) alla terza prova, io sarei uscito con un diploma che avrebbe cantato 100 centesimi che manco la Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen di Mozart, e non con un 91 di un più modesto Antonio Salieri (perdonatemi, ma Amadeus è Amadeus. E non si tocca u.u ). Per carità, un voto di assoluto rispetto, ma che ancora oggi, guardandolo esposto in pergamena, un po’ lo detesto.

Perché studiare dà soddisfazione. È bello e appagante. E figo.

I nostri insegnanti, ancor prima che docenti, sono educatori e genitori: sanno cos’è giusto per noi, qual è la cosa giusta da fare e quale la strada migliore da farci intraprendere. Proprio per questo, la mia sempre cara insegnante di Italiano, la prof. Grazia Raguso, mi ricordava spesso e volentieri che ero un «Senza sale» e che “… avrei dovuto trascorrere meno tempo a fare cavolate e più tempo sui libri, perché le capacità le avevo, ma ero talmente senza sale che, non si spiegava perché, non volessi sfruttarle appieno”.

I miei insegnanti sono stati fonte di saggezza e sarò sempre grato loro. Quando vi comunicano una brutta notizia riguardante la vostra condotta e carriera scolastica, i primi sconfitti sono loro, perché non sono riusciti a inculcarvi tutta la loro conoscenza e a forgiarvi come coloro che prenderanno il loro posto nella società.

Voi che leggete, studenti che domani siederete dietro i banchi per sostenere l’esame di maturità, siete il futuro: tra una decina d’anni, prenderete il mio posto e mi sostituirete, prenderete il posto degli insegnanti più anziani a scuola e sarete educatori. Siete l’argilla dalla quale sarà plasmata l’opera finale.

Forse adesso è troppo presto per capire queste cose, ma fidatevi: tra qualche anno, tornerete su queste pagine e direte: però: quel tizio, in fondo in fondo, non raccontava fesserie. Vuoi vedere che il sale in testa, alla fine, l’ha messo davvero?

E sì… E sapesse solo quanto ne ho ancora da mettere…

In bocca al lupo a tutti, ragazze e ragazzi!

Dateci dentro: domani inizia il percorso che vi porterà a plasmare il vostro futuro sul quale, poi, costruirete ognuno di voi la vostra vita. E, credetemi, non c’è nulla di più soddisfacente 🙂


il Tizio che, con rimpianto, rimembra a sé ricordi di un passato che gli fu maestro.



 

Informazioni su Antonio Moliterni

Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Bari. Editore, Proprietario e Direttore Generale della Testata Giornalistica online The Empty Dream, consulente aziendale, scrittore. Musicista nel tempo libero, amante della musica, del metal e hard rock in particolare e dello sport- Segni particolari: Nerd. Se la sfiga fosse un post-it mi sarebbe appiccicata al fondo schiena 365 giorni l'anno.
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