Quando l’unica cosa da fare è TACERE

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Quando ero bambino, l’ho detto e raccontato più volte qui, su questo blog, ma anche su Facebook sul mio profilo, ho trascorso tre mesi in ospedale, luogo in cui ho compiuto 3 anni il 28 di agosto del 1983. Prima che i medici fornissero la diagnosi di artrite reumatoide sistemica, fui trattato un po’ come “cavia” dagli stessi, addirittura venendo ricoverato assieme ai bambini ammalati di leucemia (una tra le tante ipotesi di quella che potesse essere la mia malattia).

Dopo novanta giorni di ricovero, periodo in cui mi fu fatto di tutto, comprese due trasfusioni di sangue di cui una mi salvò in extremis, fu scritta quella che risuonò come sentenza definitiva: Artrite Reumatoide Sistemica.

Ricordo poco e niente di quel periodo, se non gli episodi più traumatici (almeno quelli che possono essere definiti tali da un bambino di neppure 3 anni), quali, ad esempio le varie iniezioni che mi venivano fatte, con aghi che entravano ovunque nel mio corpo (petto compreso), flebo e via dicendo.

Immaginabile, credo, sia quello che deve essere stato lo stato d’animo dei miei genitori, tra lo sconvolgimento totale, la disperazione e il rivolgersi al Cielo affinché qualche Santo da lassù si ricordasse di me.

Siamo credenti, ci rivogliamo spesso a Dio o chi per Lui ed è naturale per una madre e un padre, completamente impotenti innanzi a certe tragedie, il rivolgersi al padre eterno in certe circostanze.

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Questo è ciò che sta avvenendo, più o meno, in questi giorni in merito alla vicenda del piccolo Alfie Evans, il bambino inglese di 23 mesi affetto da una patologia neurodegenerativa. Ci si sta interrogando, proprio come accaduto per Charile Gard, bambino affetto dalla medesima patologia e a cui fu staccata la spina, se ciò sia giusto o meno.

I genitori le stanno tentando tutte, giocando il tutto per tutto, addirittura arrivando a domandare la cittadinanza italiana per poter trasferire il figlio qui in Italia, all’ospedale di Roma Bambin Gesù, per sottoporlo a cure mediche finché sarà possibile. E questo, perché, purtroppo, in Inghilterra hanno già deciso che le cure verranno interrotte e che Alfie, proprio come Charlie prima, dovrà morire.

Detta francamente, non me la sento di crocifiggere i genitori di Alfie: io stesso, al loro posto, credo sarei impazzito dal dolore. Credo, anzi, che chiunque, al loro posto, agirebbe allo stesso modo e non penserebbe razionalmente.

Vedere un figlio di soli 2 anni, una creatura ai primi mesi di vita, destinato a spegnersi inesorabilmente è dura da accettare e, probabilmente, non si accetterà mai. Sono convinto che anche l’ateo più ferreo e incallito, di fronte a una sentenza simile, le proverebbe tutte, compreso recarsi in Chiesa a pregare se non vendere l’anima al demonio in persona pur di vedere il figlio star bene.

Da credete e, ancor prima, da essere umano dotato di cuore e sentimenti, non me la sentirei di colpevolizzare due persone che stanno attraversando una tragedia simile e che dentro di loro, molto probabilmente, sperano ancora che il figlio possa migliorare, non importa come, non importa per mano di chi o cosa.

Il punto, però, è proprio questo: Alfie, proprio come Charlie, non può migliorare. Non può neppure rimanere stabile, ma anzi, è destinato a morire, probabilmente lentamente e sicuramente dolorosamente. Soffrirà ogni giorno sempre di più, ogni momento sempre di più.

La sua è una patologia neurodegenerativa che non lascia scampo. In Inghilterra, così come in Italia dove lo si vuol trasferire, non esistono cure idonee, ma solo palliativi. Non esistono farmaci in grado di assicurargli, non dico un minimo di miglioramento, ma che almeno gli consentano di soffrire meno.

Nulla di tutto ciò esiste. Nulla di tutto ciò è oggi possibile.

Per quanto io sia tendenzialmente contro lo staccare la spina (con tendenzialmente non intendo NO in assoluto, dato che faccio dei distinguo e, in ogni caso, non mi arrogo la presunzione di giudicare gli altri né sindacare le scelte altrui), mi rendo conto che il destino del bambino è segnato inesorabilmente. Non solo: chi afferma di poterlo trasferire, probabilmente non si rende conto che potrebbe morire durante il viaggio, se non addirittura pochi minuti dopo averlo staccato da quei macchinari che, seppur malamente, lo tengono in vita.

Non sono felice che il bambino muoia, non credo lo siano neppure i medici inglesi ai quali certa stampa e certa opinione mediatica di bassa lega stia gettando addosso la croce e stia accusando di star ammazzando un bambino, rimanendo insensibili innanzi alle preghiere dei genitori.

Lo ripeto: dentro di me, probabilmente e quasi certamente, non avrei agito razionalmente, ma avrei dato di matto. Mi sarei rinchiuso in un silenzio assurdo e avrei fatto di tutto pur di allungare, anche di una sola ora, la vita di mio figlio. Non accetterei MAI una sentenza del genere e confiderei in un miracolo all’ultimo minuto.

Ma questo è il limite di essere genitori: uno sconfinato amore verso i figli che non ci fa agire lucidamente. Ed è questo il limite di noi esseri umani: per quanto possiamo (vogliamo) mascherare i nostri sentimenti attraverso le nostre azioni e il raziocinio, dentro di noi rimarremo sempre irrazionali innanzi a certi episodi.

Ritengo doveroso, invece, il SILENZIO che la stampa, soprattutto CERTA STAMPA e certi esponenti politici non stanno rispettando. Mi riferisco a chi fa sciacallaggio sulla faccenda, dall’una e dall’altra parte, a chi si schiera a favore della vita e accusa i medici di omicidio (come se questi ultimi siano fredde e ciniche macchine prive di sentimenti che godano nel veder morire un bambino), a chi, al contrario, si dimostra talmente privo di compassione da non capire il dolore dei genitori, ma dimostrandosi altrettanto meschino.

Su chi, invece, scrive stronzate come «Anche a mio figlio avevano detto la stessa cosa, adesso ha 30 anni e sta bene!» (scrivendo tutto in caps lock e aggiungendo diversi punti esclamativi, tanto da sembrare un po’ più credibile e indinniato) non mi esprimo proprio.

Cara stampa e cari giornalisti che cavalcate l’onda mediatica del momento: volete davvero rispettare la vita di Alfie e il dolore dei suoi genitori? Bene, allora TACETE, fate silenzio assoluto!

Al mondo, infatti, esistono moltissimi bambini che muoiono per lo stesso identico motivo, per la stessa identica patologia incurabile, ma nessuno ne parla. Valgono forse meno di Alfie o di Charlie? La vita di questi piccoli è meno importante di quella di Alfie e di Charlie?

No. Semplicemente si è scelto di non dar spazio all’inutile clamore mediatico attorno al quale si specula e basta, dall’una e dall’altra parte.

A chi si schiera apertamente a favore della vita, chiedo di fare l’unica cosa che un credente farebbe: pregare, in silenzio, possibilmente non sui Social (cosa che trovo davvero inutile e ridicola, a dir poco), lontano dagli sguardi altrui, senza fomentare nulla che non sia altro silenzio o altre preghiere.

E basta.

Se persino la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo si è espressa in merito, dando ragione ai medici inglesi e confermando l’accanimento terapeutico, che dovere abbiamo noi presuntuosi di sentenziare in merito?

Certo, vi sono fior fiori di scienziati, medici e persino teologi che, ancora oggi, si interrogano su quando effettivamente si verifichi l’accanimento terapeutico e quando no, ma, appunto, lasciamo siano loro a decidere, in quanto sicuramente molto più competenti di noi i quali viviamo solo di riflesso la vicenda in base alle poche notizie che percepiamo, rimanendo solo nostro il diritto di esprimerci, seppur con moderazione e rispetto.

E questo, perché ogni commento di tuttologi che di medicina e scienza, proprio come il sottoscritto, non capiscono NULLA, non solo è inutile, ma reca solo danno: danno ai genitori che si vedono illusi, danno ai medici che si vedono accusati di omicidio e danno alla stessa ricerca la quale si vedrà, per l’ennesima volta, accusata di essere inutile se non dannosa e letale.

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Se al contrario, io, mi sono permesso di scrivere questo articolo, è perché mi sono informato presso persone competenti in materia, perché anch’io, in passato, ho cavalcato l’onda del facile populismo, commettendo lo stesso errore; populismo che a nulla di buono porta se non alla demagogia fine a sé stessa e alla facile indignazione popolana.

E, perdonatemi, ritengo tutto ciò scorretto e poco intelligente.

Idem a chi si rivolge ai “non saputi”, scrivendo frasi come «È un semivegetale che non ha coscienza e prova solo dolore. È giusto non accanirsi tenendolo ancora in vita!», ebbene, neppure il più meschino e cinico dei medici riuscirebbe a proferire certe parole, non innanzi a due genitori i quali dovrebbero essere accompagnati in un percorso che gli faccia accettare il lutto, cercando di soffrire il meno possibile (per quanto possa essere possibile).

Perché, con il culo degli altri, siamo tutti pro vita, ma siamo anche tutti razionali.

Certo, potremmo interrogarci sul perché i medici inglesi si siano rifiutati di far trasportare Alfie in Italia, nonostante ci fosse già un aereo pronto a trasportare il bambino all’ospedale Bambin Gesù di Roma. La ragione, dicono, è che durante il trasporto il bambino avrebbe potuto rischiare la vita, ma cosa poteva accadere di peggiore della morte? Se già i medici avevano interrotto le cure al bambino e privato dell’alimentazione, cosa mai avrebbe potuto accadere di ancor più estremo se non la morte a cui era comunque inevitabilmente destinato?

Il problema è che non sappiamo cosa rispondere né come rispondere.

Oggi abbiamo fior di medici che si interrogano su certe questioni, accanto a scienziati ma anche teologi. Nessuno riesce a trovare una risposta certa a questa domanda e allora perché dovremmo saperlo fare noi che siamo totalmente estranei alla questione? Noi, che non abbiamo la minima idea di ciò che sia accaduto nell’ospedale dove Alfie era ricoverato? Noi, che non sappiamo nulla della malattia di Alfie, ma anche nulla in materia medico-scientifica per poter pontificare in merito?

Forse dovremmo fare silenzio e pregare, per chi crede e si sente di farlo.

 

Fare silenzio, certo. Ma, soprattutto, sosteniamo TUTTI la ricerca, perché, probabilmente in un futuro seppur remoto, riuscirà a trovare una soluzione ai tanti Alfie e Charlie che oggi, purtroppo, sono destinati a lasciarci in tenera età.

 

About Antonio Moliterni

Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Bari. Editore, Proprietario e Direttore Generale della Testata Giornalistica online The Empty Dream, consulente aziendale, scrittore. Musicista nel tempo libero, amante della musica, del metal e hard rock in particolare e dello sport- Segni particolari: Nerd. Se la sfiga fosse un post-it mi sarebbe appiccicata al fondo schiena 365 giorni l'anno.
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